Sull’utilità della sofferenza, da paziente di me stesso. di Gianmario Gelati

Sull’utilità della sofferenza, da paziente di me stesso. di Gianmario Gelati

Sull’utilità della sofferenza, da paziente di me stesso.

La maggior parte dei filosofi ha indicato nella sofferenza la differenza principale tra l’umanità ed il mondo animale.   La sofferenza intesa, sia come la condizione tormentosa provocata dal dolore, sia soprattutto, come la capacità di presagire con largo anticipo la  morte.

Sofferenza come forza unificatrice di legame con il corpo.

Infatti, il dolore è la qualità più reale in assoluto, terribilmente reale e ci fa sentire tremendamente vivi. Che si ponga in dubbio l’esistenza o meno dell’universo e dell’io, il dolore, quando c’è, occupa la totalità del nostro territorio esistenziale e grida, un urlo disperato come nelle opere di Munch, tanto che chiunque lo abbia provato può esclamare, PATI ERGO SUM!

La sofferenza è, inoltre, non solo un differenziatore, ma anche un ponte con la nostra natura animale.

Infatti, provare ad infliggere, inavvertitamente preferirei, un dolore ad un animale, provoca immediato un senso di condivisione, che ci permette di capire come l’uomo non sia l’unico animale dotato di coscienza.

Infine, è stata riconosciuta alla sofferenza la capacità di operare un cambiamento dello stato di coscienza, superare il realismo ingenuo e approdare a stati di coscienza più profondi.

Sofferenza, quindi, come simbolo di ierofanico cambiamento.

Ecco perché, E. Cioran, Nietzsche e Lacan e tanti altri AA filosofici affermano che una persona sana delude sempre, nelle sue parole si trovano soprattutto pretesti e virtuosismi. Conseguentemente, hanno spesso augurato ai loro amici cari di ammalarsi e soffrire. Perché la salute è un bene, ma è stata rifiutata la grazia di accorgersene.  La salute è consapevole di sé stessa solo per brevi attimi, quando è minacciata o già compromessa.

La malattia, quindi, intesa come mezzo per svegliarsi dallo stare svegli. Sofferenza, soprattutto, invocata per l’uomo maschio sano di 40-50 anni, che rappresenta la figura maggiormente adattata al divenire e che si crede conoscitore di tutto ciò che è vitale e capace di risolvere ogni situazione. La figura apollinea per antonomasia, il marinaio con la sua barchetta razionale, che solca con fiducia ingenua ed inconsapevole il mare abissale della metafora di Schopehauer.  La sofferenza è augurata perché sia una molla iniziatica, ed una volta guarito, sia a lui permesso di accedere ad una nuova e più acuta sensibilità.

Addirittura per Cioran SAREBBERO BASTATE POCHE DECINE DI DOMENICHE TUTTE IN FILA PER COGLIERE IL NON SENSO DELLA VITA STESSA.

Non è così semplice, e ce ne siamo accorti in questi mesi dove il proposito di Cioran si è manifestato per centinaia di milioni di terrestri per più di 5-6 settimane al momento in cui scrivo.  Ma il nostro bias è più forte. Cambia solo una minoranza, chi è già predisposto al cambiamento.  Non dipende dall’io e dal suo desiderio e dalla sua volontà. Vi ho voluto parlare di questo tema questa sera perché, proprio solo recentemente, ho scoperto di aver aderito da sempre a dei principi antitetici sulla sofferenza.

Io confesso che, da un lato ho sempre pensato avesse ragione Cesare Pavese quando asseriva che la sofferenza non serve a nulla:

Tanti sono morti disperati.

E questi hanno sofferto più di Cristo. Ma la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”,

d’altro lato, ho da sempre sentito molto mia, l’affermazione greca antica (Eschilo) che si riassume in “to pathei mathos.”  Quindi, l’identificazione della conoscenza con la sofferenza o, meglio, viceversa.

Solo ora, mi sono accorto di aderire a concetti così antitetici. Ho coltivato per tutta la mia esistenza una visione duale della sofferenza. Paradossalmente, perché non amo il dualismo mente – corpo, non ci credo affatto, anzi. Eppure, differenziavo senza accorgermene una differenza dualistica tra la sofferenza mentale e quella fisica.

La verità Pavesiana rappresentava la sofferenza fisica e questo principio mi ha sempre aiutato a cogliere il carpe diem, a godere dell’attimo, anche a costo di  impoverire, e lo dico con tristezza, il contenuto morale della mia vita.

La sofferenza era, invece, pathei mathos,  solo quando era mentale ed aumentava il disagio esistenziale e lo rendeva consapevole,  quando apriva  ad uccidere la vita.. a decolorarla, a toglierle il senso di aderenza e condivisione.  Questa è stata una forza idearia potentissima per me, ispiratrice, che mi ha portato allo studio matto filosofico ed anche ad un malcelato atteggiamento snobistico, a causa del quale ho dato sempre primaria importanza solo all’ontologia; perché lì solo, la mia ricerca si illuminava della mia intuizione più vera, o almeno quella che sempre ho sentito come tale: che non esiste un mondo distinto dalle parole, dalle metafore con le quali gli attribuiamo un significato.  La mia visione, quindi, è quella esistenzialista, che sente che non si può accedere alla verità nella conoscenza del mondo; si può invece pervenire scetticamente solo ad una sua interpretazione.

Se ho capito una cosa in questi mesi, è che la sofferenza fisica è un’impoveritrice di mondo, parafrasando Heidegger.  Il dolore, non è solo una sensazione sgradevole, ma la sua percezione comporta una disorganizzazione delle funzioni vitali. Al dolore fisico consegue un DOLORE E SENTIMENTO CONSEGUENTE.  Sofferenza come esperienza emotiva che investe completamente l’individuo e la sua progettualità e la sua ricerca di senso. Ci riporta ad uno stato animale, dove la visione intellettuale ed artistica si perde, sciolta in una limitata visione di sopravvivenza quotidiana e in un clima di attaccamento fideistico, al simulacro residuo della vita stessa. Curandosi, assumendo con puntualità i farmaci, ma anche solo attraverso la narrazione dei sintomi, si procede ad un processo di esclusione della morte. Subentra uno stato di scarsa lucidità intellettuale e succede proprio per la nuova esperienza emotiva.  Questa nuova condizione mi ha fatto accorgere dell’errore inconsapevole.

Ora non posso che insistere su questo dualismo.

C’è la sofferenza fisica, fatta di un tempo lineare e aderente al decadimento fisico, e questa fa accedere alla formulazione di pensieri di speranza ed allontana dall’angoscia della morte.  La vita si  riduce a sopravvivenza.

E c’è  la sofferenza esistenziale che è fatta di tempo ciclico, o meglio, senza tempo, accende l’anima di un senso tragico e la illumina dell’incombenza della morte stessa. La sofferenza esistenziale dà l’accesso ad un bias di disincanto ed alla perdita del senso.

La sofferenza mentale è usufruibile solo in uno stato di benessere psico-fisico. Questa è stata la chiave che mi ha aperto a queste nuove considerazioni. Ma non è un evento psichico solo personale, piuttosto, anche le nostre culture religiose aderiscono a questo paradosso cognitivo verso la sofferenza.  Infatti, vedono inconsapevolmente nella sofferenza fisica e mentale una colpa.

Analizziamo ad esempio le pene di Giobbe dell’antico testamento. Dio si è deciso di verificare il comportamento di un Uomo giusto come Giobbe. Lo priva del frutto del suo lavoro, uccide la moglie e le figlie e lo fa ammalare gravemente. Gli amici di Giobbe continuano a ripetergli che deve aver commesso una colpa grave. Ci deve essere una causa che spieghi questa serie di calamità.      Fintanto che Giobbe si ribella ed invoca dio. Lui, allora, rivela il suo creato e Giobbe accetta la sofferenza. Benchè la sofferenza, per il cristianesimo, sia una grazia, un avvicinamento a dio, è presente un atteggiamento di causalità.

Cosi, anche per la cultura induista e buddhista. Pensiamo, ad esempio, alla parola sanscrita, intraducibile per molti AA, karma. Tradotta già 26-28 secoli fa nel greco antico crimen, un evidente nesso con la colpa e la causalità. Solo l’Ananke per il mondo greco antico permetteva di comprendere che le disgrazie colpiscono anche l’uomo saggio e giusto, pensiamo alle tragedie di Edipo e della figlia Antigone. Solo quella cultura ha saputo guardare con coraggio la vita stessa e riconscerle bellezza e crudeltà acausali. Ma anche più recentemente, alcuni AA hanno evidenziato questo comportamento paradossale.

SAMUEL BUTLER nell’’800 in Erehwon ( il contrario di no where ) raccontava sensibilmente di una società esotica e sconosciuta molto liberale, la cui unica colpa era quella di ammalarsi. Non era la profetizzazione della futura eu medicina ariana nazista. Piuttosto, la volontà di sensibilizzare un costume ben diffuso nella nostra società. Prendiamo come esempio la teoria del guerriero.

Quando un malato di cancro o di una malattia grave, prova a condividere le sue pene compie un tentativo di ridurre la sua sofferenza, facendola prendere parzialmente e temporalmente in carico all’ascoltatore sano. La risposta che ottiene è sempre la stessa: “tu sei uno forte, devi combattere”,  “ non sei mica uno di quelli che molla” etc.

Colui che si crede sano effettua un ‘operazione di diniego.

Escludere la morte e la sofferenza dalle nostre vite è l’unica efficace terapia per chi vive immerso nelle sue percezioni lavorative-affettive della quotidianità. Così il malato rimane invero ancora più alienato. Chi soffre per una malattia grave ha ben compreso che non dipenderà dalla volontà del suo “io” la sopravvivenza, piuttosto dal tipo di cure ricevute dalla fortuna.

Quindi, la tecnica del guerriero serve al sano che si rapporta con il malato e non il contrario. Questa dicotomia paradossale è presente in modo massificato tra tutti noi…   il principio del guerriero è solo un esempio. Vorrei terminare con un aforisma di grande sensibilità su questo tema di GUIDO CERONETTI:

“La domanda più indiscreta, più insolente, più insoffribile, e la più comune anche, la più poliglotta, la più persecutoria, al telefono e faccia a faccia, la domanda che mette alla tortura chi ama la verità, perché la si formula per avere in risposta una miserabilissima bugia è:

come stai?

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2 Comments

  1. Sei una persona veramente profonda, mi mancano le nostre conversazioni, veramente poche , ma importanti. Hai dunque scritto un libro? Andrò a comprarlo domani . Potrò riflettere ulteriormente, anche se in queste settimane di solitudine anch’io sto meditando tantissimo .Ciao buona serata

  2. Ciao Agata
    Mi fa piacere leggerti…
    Questa è lo scritto che ho tratto da un convegno effettuato in modalità virtuale visti i tempi..
    Un abbraccio

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