Il paradosso del porcospino- di Silvia Vegetti Finzi

Il paradosso del porcospino- di Silvia Vegetti Finzi

Una decina di anni fa, riflettendo sulle testimonianze che compongono il libro quando i genitori si dividono: le emozioni dei figli, mi sembrava evidente che la grandezza di un amore si misurasse dall’imponenza delle sue rovine. Ma ora il mondo è così cambiato che quella metafora mi appare improponibile: nella società liquida in cui viviamo, tutto scivola via e la crisi degli affetti, anche i più cari, lascia dietro di sé una scia di detriti poco visibili e difficilmente valutabili. Significa forse che erano inconsistenti? Che i legami amorosi si dissolvono nell’indifferenza generale? Che il collante che ci tiene emotivamente uniti non funziona più e che ciascuno di noi procede nella corrente del tempo nella solitudine dell’abbandono? Non credo. Penso piuttosto che la fine di una relazione venga spesso dimenticata, sottratta alla riflessione e alla condivisione ma che, come un grumo opaco, continui a interferire sulle nostre vite e a condizionare le nostre scelte. Amore e odio costituiscono da sempre i poli energetici che alimentano la nostra vita e quando l’odio prevale, l’amore si inabissa, ma non scompare. Nonostante ogni tentativo di normalizzare l’abbandono e di considerare irrilevanti le sue conseguenze, lasciarsi non va da sé.
La separazione muta il copione della nostra vita, ma gli attori dello spettacolo precedente permangono sullo sfondo come presenze incancellabili. Nulla, infatti, va perduto e, negli archivi della memoria profonda, giacciono tanto le storie concluse quanto quelle interrotte, quelle che per certi versi continuano come quelle che avrebbero potuto accadere e non sono mai accadute, pronte a ricomparire nella forma ipotetica del â«seâ». Ogni ricordo è correlato dalle emozioni corrispondenti, ma è raro che prevalgano quelle positive. Come sanno gli psicoterapeuti, nel ricordo prevale il dolore, quasi le esperienze infelici fossero scritte nella mente con un inchiostro indelebile e quelle felici con una sostanza volatile. Scoperchiare il passato vuol dire affrontare stati d’animo più o meno penosi, come la nostalgia, il rimorso, il rimpianto. Eppure non vorremmo distruggere l’album dei ricordi, che raramente sfogliamo, perché sentiamo che racchiude la trama della nostra identità e che quanto accadrà non può essere disgiunto da quello che è stato. Nella separazione degli affetti sono contenuti tutti i temi della nostra vita: il passato, il presente e il futuro, correlati dal filo della narrazione con cui cerchiamo di conferire continuità e senso al mero succedersi degli avvenimenti. La motivazione che ci spinge a eseguire questo compito è l’amore, l’amor proprio innanzitutto nel senso di affermazione e valorizzazione di sé, e l’amore per gli altri in quanto coautori e interpreti della nostra storia.
Al â«cogito ergo sumâ» di cartesio aggiungerei la più impegnativa dichiarazione â«amo ergo sumâ»: io sono la forza dei miei sentimenti.
Questa formula contiene due principi importanti: la relazione fonda l’identità (non c’è io senza l’altro); amore e odio coesistono. Dal loro impasto nasce l’armonia, dalla loro contrapposizione il conflitto. Mentre l’amore unisce l’odio divide, ma se amo in modo assoluto provoco una adesione fagocitante, se odio senza condizioni, una contrapposizione evitante. Come esemplifica efficacemente schopenhauer, noi siamo come i porcospini: se stiamo troppo vicini ci pungiamo, se stiamo troppo lontani abbiamo freddo. Ogni relazione comporta di stabilire la giusta distanza, di trovare una mediazione tra la paura di perdere l’oggetto d’amore e il timore di esserne invaso.
Il primo amore, quello materno, è totalizzante, possessivo, un amore calibrato in modo da avvolgere e proteggere l’essere più indifeso del mondo, il neonato. Un amore al tempo stesso necessario e oppressivo dal quale il figlio cerca progressivamente di allontanarsi. Ma che lascia dietro di sé una scia di timore e di rimpianto. Scrive fromm: «non si può comprendere la vita di un uomo se non si capisce quanto oscilli tra il desiderio di ritrovare la madre in un’altra donna e il desiderio di allontanarsi dalla madre trovando una donna che sia il più possibile diversa da lei».
Vi è timore nell’amore perché, osserva donald winnicott, ci ricorda ciò che vorremmo dimenticare: di essere stati, nei primi tempi della nostra vita, assolutamente dipendenti da qualcuno, per lo più la madre. Senza la disponibilità e la dedizione di un altro, di un’altra, non avremmo potuto sopravvivere. Ma i nostri figli, prosegue winnicott, crescono e diventano a loro volta padri e madri senza riconoscere quanto devono a una figura materna, senza dire â«grazieâ» alla madre.
L’incapacità di provare gratitudine genera, negli uomini, paura delle donne, timore di sottostare al loro potere come è accaduto all’alba della vita. E, nelle donne, difficoltà di accettare la gerarchia femminile, di inscriversi in una genealogiamaterna. Eppure nell’innamoramento cerchiamo proprio l’assoluto del primo amore, l’esclusività del primo legame. La contraddizione tra riconoscerci dipendenti dal partner e affermare la nostra libertà è presente sin dalle prime mosse, ma non ce ne accorgiamo, presi da un sogno o meglio da un’illusione destinata a svanire… e pronta a risorgere perché l’amore, sin dall’infanzia, dice â«ancoraâ».
Come sottolinea provocatoriamente freud, la scelta dell’oggetto d’amore si regge sull’inganno, sulla sopravvalutazione del tutto arbitraria della persona amata. Una esaltazione che lascia l’amante privo delle qualità che ha proiettato sull’altro, esposto alle sue reazioni come un giocatore che punta tutta la posta su una roulette che non controlla. C’è rischio nell’innamoramento e, anche quando l’impresa va a buon fine, è poi difficile passare dall’illusione alla dis-illusione senza cadere nella de-lusione e non riuscire più a comprendere perché ci siamo lasciati coinvolgere in una relazione che ne esclude mille altre, perché si è scelto proprio quel partner tra i tanti possibili.
Dopo l’esaltazione dell’amore allo stato nascente, dovrebbe iniziare un percorso di fondazione della coppia, la condivisione di un progetto comune. Un tempo le tappe erano già fissate: fidanzamento, matrimonio, figli. Ma ora non ci sono indicazioni e ognuno procede cercando di tracciare da sé il proprio futuro. Impresa difficile, talora impossibile quando si vive in un presente destrutturato e precario, dove gli ideali sono collassati, il lavoro è stato sostituito dai lavoretti, la casa di proprietà è diventata una chimera e i ruoli familiari hanno perduto l’alta definizione che li caratterizzava.
In un mondo incerto manca all’amore una cornice sociale che lo confermi e lo stabilizzi.
Anche i bambini sanno che l’unione dei loro genitori ha fondamenta instabili e basta che mamma e papà , discutendo, alzino un po’ la voce perché temano che la loro famiglia si frantumi.
Amarsi per sempre sembra una pretesa assurda e, come si suole dire con un certo cinismo, l’amore è eterno finché dura. Eppure il desiderio di prolungare all’infinito l’incanto dell’innamoramento rimane nella penombra della mente, incapace di giungere sulla scena della coscienza per due motivi: perché manca il copione per recitarlo, le parole per dirlo, e perché si ha paura del fallimento. Si preferisce allora non giocare per non perdere. Àˆ significativo che le coppie di conviventi, che non intendono certificare la loro unione, tendano costantemente ad aumentare e che, nello stesso tempo, chiedano di essere socialmente riconosciute e parificate nei diritti e nei doveri. Ciò che rifiutano è allora l’atto istituzionale, la cerimonia delle nozze, vista come una formalità esibizionista e consumistica.
In realtà , nonostante l’apparenza, cercano, nel rito religioso o civile che sia, di rispondere all’esigenza, tipicamente umana, di elevarsi sopra la contingenza del presente, di uscire dalle strettoie del qui e ora per acquisire il respiro ampio della perennità .
Come osservavo ne il romanzo della famiglia, nel momento del â«sìâ» e dello scambio degli anelli persino la coppia più scettica, quella convinta di â«sposarsi per allegriaâ», colta da un nodo di commozione, avverte il desiderio di superare la caducità dell’esistenza conferendo continuità alla spinta vitale che anima l’amore. «l’amore per la vita — scrive erich fromm — è il nocciolo di ogni tipo di amoreâ».
Ma come dicevo, i modelli imposti dalla dimensione spettacolare della tarda modernità non confermano questo anelito, anzi sostituiscono l’erotismo all’amore, la sessualità ai sentimenti, la superficialità alla profondità , il corpo all’anima.
Walter siti, nel suo ultimo disperato romanzo constata con rammarico: â«l’umanità non vuole accettare quello che lei stessa ha scoperto: che la vita non dipende dall’amore, che i sentimenti sono essudati della biologia, che l’individuo non è più laboratorio di nulla e che il mercato è in grado di fornire l’intero kit per una individualità fai-da-teâ». Ma è vero che l’eros si è ridotto a secrezione ormonale e il desiderio è diventato una merce di scambio? No, non è vero, non può essere vero, altrimenti non saremmo più umani.
Ben lo sanno gli adolescenti, a ogni generazione pronti a rivivere, come canta d’annunzio, la â«favola bella che ieri ti illuse, che oggi mi illudeâ». Ma, mentre nella scena profonda della mente tutto si ripete, è mutata la rappresentazione delle passioni, il lessico dell’amore, la musica delle emozioni.
Calato il sipario sul teatro della tragedia, finiti i romanzi d’amore, ridotta a puro spettacolo l’opera lirica, soffocata la poesia, non resta che raccontarci da soli, cercando, più che di raggiungere la felicità , di evitare il dolore. L’amore viene considerato una pretesa assurda, un gioco pericoloso da lasciare all’incoscienza degli adolescenti, prima che rinsaviscano occupandosi di ciò che conta davvero: il fare e l’avere.
L’amore ci spaventa perché non è un sentimento tenero e delicatoma una passione, con tutta la complessità e il rischio che questa esperienza comporta. Come dice l’etimo stesso, vi è pathos, cioè dolore, nella passione. Rinunciando alla passione amorosa impoveriamo la nostra vita, rendiamo più piatta e banale la nostra storia. In compenso evitiamo, almeno si spera, di soffrire, di affrontare stati d’animo penosi, come il riconoscimento della dipendenza, le ferite dell’incomprensione, il gelo della solitudine, lo sconforto dell’abbandono. Senza una narrazione della relazione, senza il sostegno di un’autobiografia, alla prima difficoltà si reagisce con la svalorizzazione del rapporto: «non ci siamo mai capiti», «non siamo mai andati d’accordo», «ti voglio bene ma non ti amo». Ma una volta recisi i legami affettivi, la barca della nostra vita procede priva di ormeggi, col rischio di ricominciare una nuova storia senza aver fatto i conti con la precedente, o di lasciarsi trascinare verso il nulla dalla corrente del tempo. Eppure tutto sembra meglio che riflettere sulla relazione, ammettere le proprie responsabilità , recuperare il senso di responsabilità che il â«fare famiglia» comporta e soprattutto affrontare il dolore della separazione.
Nella società delle assicurazioni, dove la sicurezza è un bene inestimabile e il dolore sembra aver perso senso e valore, si vorrebbe barattare l’amore con una supposta autonomia narcisistica, con la pretesa di bastare a se stessi e di sostituire il partner difettoso. So bene che esistono separazioni necessarie, che talora è meglio dividersi che procedere nello sconforto. Che si deve stare insieme per convinzione e non per convenienza, ma ciò che mi preoccupa è la meccanicità di questa decisione, il fatto che la si dia per scontata, che la divisione incrini sin dall’inizio l’unione, che non se ne valutino le conseguenze per sé e per gli altri.
Membri anonimi di una folla solitaria, di una «società degli individui» dove si è sempre insieme e sempre soli, ci si avvicina e ci si allontana come in discoteca, seguendo un ritmo personale che non cerca l’unisono. Ma i sentimenti non detti e le emozioni soffocate permangono nell’anima come un potenziale energetico che, buttato fuori dalla porta della coscienza, rientra dalla finestra dell’inconscio. All’incapacità di vivere l’amore fa seguito la difficoltà di accettarne la fine, di elaborarne il lutto. Nella indistinzione tra il bene e il male, la sofferenza viene sostituita dalla insofferenza. Â«àˆ l’indifferenza — scrive fromm — il nuovo disumanoâ». Una disumanità che si esprime, nel modo più tragico, nel «femminicidio», nella strage delle donne uccise, come sostengono i loro assassini, per â«amoreâ», dove il farmaco si traduce in veleno e la vita precipita nella morte. Se quegli uomini avessero saputo amare, sarebbero stati capaci di sopportare il dolore della perdita, la ferita inflitta dal â«non piùâ». Invece quell’esperienza mancata ha esasperato le componenti più pericolose della relazione tra i sessi, il possesso e il potere, sino a farla esplodere nell’omicidio e talora nel suicidio. In questi casi, che costituiscono un’angosciante epidemia, la passione vitale dell’amore è stata sconfitta dalla coazione mortale dell’odio. Sono certamente gesti estremi, ma che dovrebbero farci riflettere sulla potenza insita nei legami di coppia, sulla complessità delle nostre relazioni, sull’afasia delle nostre interazioni, sulla solitudine che ci opprime.
Come insegna la psicoanalisi, la violenza nasce dalla morte del pensiero, dalla negazione del dolore mentale, sulla incapacità di esprimere e condividere le nostre emozioni. Nella vita quotidiana, nella cosiddetta normalità , possiamo riconoscere la fuga dalla sofferenza, la pretesa di vivere schivando il dolore, nella indifferenza che permea i nostri rapporti. La maggior parte delle persone finge di essere felice perché l’infelicità è un fallimento e dichiararla è inopportuno, sembra di trasgredire a una regola di galateo. Incontrando un conoscente è opportuno chiedere â«tutto bene?â», un modo per prevenire discorsi inopportuni, eventuali confidenze incresciose. Si accetta che vengano pubblicizzati i mali fisici (ora di «tumore» si può parlare), mentre vengono messi a tacere quelli morali. In questo contesto la separazione coniugale (più o meno certificata) diventa un evento irrilevante, un caso della vita come un altro, paragonabile a un furto in casa, allo smarrimento di un oggetto prezioso, a una vacanza mancata.
Silvia vegetti finzi

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