Come la Peste Nera favorì lo sviluppo del capitalismo

Come la Peste Nera favorì lo sviluppo del capitalismo

La famigerata Peste Nera è stata uno dei fattori chiave che ha permesso la rivoluzione industriale, l’instaurarsi di un’economia di tipo capitalista e lo sviluppo e la prosperità  di molte nazioni europee. A sostenerlo è Alberto Alesina, economista italiano che insegna alla Harvard University, in un articolo pubblicato su “Science”.

Com’è noto, agli inizi del XX secolo Max Weber nel famoso saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo sostenne che l’insegnamento luterano e calvinista di una vita improntata al duro lavoro e alla frugalità , ma anche del successo economico come segno di benevolenza divina, aveva posto le basi per l’accumulazione di capitale indispensabile a creare le condizioni necessarie per attività  che andassero al di là della dimensione artigianale. Queste basi erano poi ulteriormente rafforzate dall’incoraggiamento all’alfabetizzazione, indispensabile per leggere in prima persona la Bibbia, che stimolò anche l’accumulazione di capitale umano nelle regioni protestanti.

Questa analisi, di per sé corretta, dà però per scontata una premessa: che ci siano i margini e la possibilità di accumulare capitale. In realtà, “prima della rivoluzione industriale – osserva Alesina – il reddito pro capite (in termini di cibo, vestiario e alloggio, per esempio) generalmente non è  cambiato. Gli standard di vita media in Europa sono rimasti pressoché costanti”, sostanzialmente al livello di sussistenza.

Per la maggior parte della storia umana, infatti, al crescere della produzione economica totale ha corrisposto un aumento parallelo  della popolazione totale, lasciando il loro rapporto (ossia il reddito pro capite) sostanzialmente stabile. Questo parallelismo è stato interrotto solo dalla diffusione della Peste Nera fra il 1348 e il 1350, che ridusse di un terzo la popolazione europea, con un importante effetto indiretto: a fronte di una terra sempre abbondante, la forza lavoro diventò una risorsa scarsa.

Ciò provocò un aumento dei salari, una spinta allo sviluppo di tecnologie (come l’uso di migliori aratri) che permettessero pratiche di coltivazione più intensiva e anche a opportunità di lavoro per le donne e dei bambini. Un’ulteriore conseguenza fu l’aumento dell’età a cui si sposavano le donne e quindi una diminuzione della natalità.

E’ solo a questo punto, secondo l’economista, che subentra il fattore religioso descritto da Weber, al quale è possibile attribuire le differenze di sviluppo fra le varie regioni del continente, con il Centro e Nord Europa incamminato verso una rapida accumulazione di capitale economico e umano, e l’Europa meridionale e orientale, dove tassi di natalità e popolazione tornarono ai livelli precedenti all’epidemia in tempi relativamente brevi.

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