Quale è il senso della vita?

Quale è il senso della vita?

QUALE E’ IL SENSO DELLA VITA?

Paolo Bancale, a diciassette anni termina il liceo classico e frequenta per quattro anni l’Accademia Aeronautica uscendone ufficiale pilota da caccia. Dopo alcuni anni per impegni universitari passa alla LAI-Alitalia, dove a ventisei anni diventa comandante di quadrimotore. Ha frequentato a Roma le facoltà di ingegneria, economia, giurisprudenza e filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente. Ha tenuto lezioni presso le università di Roma e di Trieste. In campo aeronautico ha creato e diretto due compagnie aeree: la Aerolinee Itavia e la Aertirrena, è¨ stato titolare di uno studio di consulenza aeronautica internazionale e per oltre tre decenni ha fatto cultura con dieci riviste da lui create e dirette, e oltre cento dibattiti internazionali. Ha fondato la Religions Free – Fondazione Culturale per la NonCredenza: www.religionsfree.org

Dal 2011 cura su Riflessioni.it la rubrica “Religioni? Il mondo di NonCredo”.

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è¨ per lei la felicità ?
R Un mare di lacrime caldissime che prorompono da un insieme di stomaco-mente-cuore che ti parla e ti dice :Piangi, evviva! la persona che tu ami è salva, vai, abbracciala e amala ancora, è¨ andata bene.

2) Cos’è¨ per lei l’amore?
R Il collante, il cemento dei miei sentimenti e dei miei pensieri che me li rende all’altezza di viverli.

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?

A parte quella fisica, ovvia, derivante per esempio da un tumore o da una frattura, il resto, il dolore esistenziale, psichico, del sentimento, viene, come lo ha stupendamente intuito Siddharta il Buddha, dal nostro attaccamento a ciò che giàben sappiamo essere impermanente, cioè¨ non eterno ed a cui attaccarsi significa fatalmente prima o poi soffrire.

4) Cos’è¨ per lei la morte?

La vita non è¨ una cosa ma un processo che ha, per definizione, per costruzione e inevitabilmente, un inizio e una fine: quest’ultima noi la chiamiamo morte.

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?

R Qui le risposte possono essere un miliardo: ognuno ha, o può avere, o ha il diritto di avere la sua, di tentare il proprio percorso , ed anche, ovviamente, di cambiarlo in itinere.

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?

Progetto? E’ una parola grossa che implica filosofia, escatologia, epistemologia. Per quanto mi riguarda io non ho un progetto ma solo una vita da vivere soffrendo il minimo e amando il massimo.

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?

Non sono affatto un ammiratore di Ayn Rand, però ho visitato l’impervia isola, sperduta nell’oceano pacifico cileno, dove Robinson Crusoe visse volontariamente da solo oltre quattro anni ed ha potuto anche esservi felice, e in più pensiamo ai tanti eremiti, anacoreti, mistici, artisti e intellettuali che cercano la solitudine, la perseguono e ne sono felici: perchè allora dire che la nostra vita non avrebbe scopo senza la presenza degli altri? Qui riscomodiamo la parola progetto della domanda n° 6. (Che poi sul pianeta siamo una moltitudine è¨ cosa scontata).

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?

Ce lo ha detto Confucio e ce lo ha adombrato il Buddha, entrambi 2500 anni fa: “non fare ad altri ciò che non vorresti che fosse fatto a te.

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è¨ sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?

L’amore e la ragione.

10) Qualè¨ per lei il senso della vita?

Amare, e amare è¨ dare: più i trascende il proprio io e più ci si proietta verso gli altri, più la vita scorre bene come su una strada senza scalini.

Massimo Cacciari. Filosofo, docente e uomo politico è¨ stato professore di Estetica, deputato del PCI e sindaco di Venezia. Attualmente insegna Pensare filosofico e metafisica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
Ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali tra cui il premio Hannah Arendt per la filosofia politica (1999) e quello dell’Accademia di Darmstadt per la diffusione della cultura tedesca all’estero (2002).
Tra le sue opere recenti: I comandamenti. Io sono il Signore Dio tuo, Il Mulino, 2010; I comandamenti. Ama il prossimo tuo, con E. Bianchi, Il Mulino, 2011; Doppio ritratto. San Francesco in Dante e Giotto, Adelphi, 2012; Il potere che frena, Adelphi, Milano, 2013.
Intervista telefonica – 6 novembre 2013

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è¨ per lei la felicità?
La felicità … la felicità è¨ un termine vago, bisognerebbe specificare. Vi è¨ una felicità che può coincidere con la soddisfazione perchè siamo giunti a un risultato determinato, a una meta finita, e vi è¨ la felicità che implica uno stato di beatitudine. I greci, i medioevali sapevano ben distinguere quello che è¨ un benessere, eudaimonia, uno stare bene, perchè la tua vita terrena comporta alcune particolari e determinate e finite soddisfazioni. Macaria direbbero i greci, che veramente la felicità è¨ una condizione divina o quasi divina. L’unica felicità a a cui noi possiamo aspirare in hoc saeculo [N.d.R. in questo mondo] è¨ una forma di benessere, di stare bene, eudaimonia, e questa non è¨ perseguibile se non in comunità con altri, perchè da soli, questo poter stare bene, poter essere soddisfatti non ci è dato raggiungerlo.

2) Professor Cacciari cos’è¨ per lei l’amore?
Lo stesso, sono tutti termini vaghissimi che hanno un significato soltanto nel contesto. Non hanno alcun significato di per se, nominati così sono puro flatus vocis [N.d.R. Voce senza importanza]. Amore può essere Eros, può essere Filia, può essere Agà pe, secondo nei contesti in cui ricorre la parola, non ha alcun senso porre domande del genere.

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?
Perchè siamo creature finite, quindi inevitabilmente nei nostri rapporti con l’altro, sia esso un altro umano, sia esso un altro naturale, ਠimplicita anche una contraddizione. Non possiamo vivere in perfetta conciliazione, in perfetta armonia con l’altro, dobbiamo cercarla questa armonia, ma a partire da uno stato di contraddizione che comporta anche sofferenza. In questo mondo non vi è¨ l’Uno in cui tutti si armonizzino e tanto meno l’Uno della Gerusalemme celeste, è l’Uno che comporta relazione, ma relazione vuol dire anche conflitto. In greco il termine polemos, che noi traduciamo guerra, vuol dire anzitutto polis, una radice che indica la pluralità , che noi siamo esseri plurali, in noi stessi, non soltanto perchè ci sono degli altri accanto a noi, e quindi questo implica contraddizione, implica sofferenza, dobbiamo saperla sopportare, dobbiamo cercare, per quanto possibile, di porvi rimedio, cercare di sviluppare la relazione nel senso più possibile della filia, dell’amicizia e meno possibile della guerra.

4) Cos’è¨ per lei la morte?
Anche qui dipende dalla persona che la pronuncia. Per un ateo radicale la morte è¨ puro annichilimento, l’essente viene dal nulla e finisce nel nulla, questa è¨ la quinta essenza del vero nichilismo, per il credente è¨ transitus [N.d.R. passaggio] in una vita, che però è¨ una vita al di là dell’essente, al di là della condizione umana. Non può esservi un significato univoco della morte, così¬ come non vi è dell’amore, così¬ come non vi è¨ della felicità . L’unica cosa che si può dire in generale è¨ che noi pensiamo la morte, siamo gli unici animali sulla terra che pensano la morte e che quindi sono in qualche modo un essere per la morte, perchè la pensano continuamente e pensando continuamente alla morte, che certamente non è¨ vita, in qualche modo pensiamo sempre a un al di là della vita. Questo può essere l’unico tratto che accomuna credente e non credente, che accomuna le diverse fedi, religioni, culture.

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?
Non è¨ vero che ci siano alcuni che sono inconsapevoli, tutti sono perfettamente consapevoli che in questo spazio noi siamo chiamati a svolgere responsabilmente un cammino, tutti lo sanno.
Io cerco di fare il mio mestiere, di seguire quella che è¨ la mia professione, leggere, studiare, scrivere se posso.

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?
Certamente si, è¨ il discorso appena fatto, il più perfetto mascalzone ha il suo progetto, come il più perfetto sapiente. Non è¨ dato diversamente, noi siamo quegli esseri che sono dotati di logos, costretti, o no, a vivere in comunità e che pensiamo alla nostra morte, che ci facciamo il nostro percorso, ognuno ha la sua strada, non c’è¨ la strada prefabbricata per nessuno.

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?
Intanto bisognerebbe sottoporre a una qualche critica l’idea che siamo, proprio così, naturalmente animali sociali, è¨ un bel problema, anche per la scolastica è¨ stato un colossale problema quello di armonizzare il racconto biblico con Aristotele, lo zoèn politikàn è¨ un concetto tipicamente greco, della grecità , tra l’altro, di un certo periodo, non di tutta la grecità , ed è¨ un bel problema immaginare “ come faceva San Tommaso – anche nell’eden lâ’uomo politico. Quindi non è¨ assolutamente così scontato pensare che noi siamo naturalmente uomini politici. Per Hobbes, per la grande filosofia politica moderna non è¨ così. Noi diventiamo animali sociali proprio per difenderci dalla nostra impoliticità originaria. Io personalmente sono più vicino a questa idea: che costruire una città , fare città è¨ un grande sforzo, una grande fatica, una grande responsabilità , non ci viene naturalmente dalla nostra natura, la nostra animalità non è¨ naturalmente politica, è¨ una costruzione culturale la polis, la città , che ci chiama ad essere perfettamente, pienamente responsabili. Questa è grosso modo la mia posizione.

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?
Di che male parliamo? Della malattia, della sofferenza… quello è¨ abbastanza semplice riconoscerlo. Parliamo del male morale? Allora il male morale è anche soggetto a variazioni di tipo culturale, di tipo storico, per un’epoca può essere male ciò che per un’altra non lo è¨, e viceversa. Quello che si può dire in generale è¨ che il male attiene a una condizione di finitezza del nostro esserci, non siamo compiuti e completi in noi stessi. Siamo una molteplicità di nomi, di interessi, di tendenze, di istinti, se non ce la facciamo a conciliare questa molteplicità che siamo noi stessi e che siamo con gli altri, allora è¨ il male. Il male è¨ quando non siamo in armonia con noi e con gli altri. Questo solo si può dire in generale, poi se andiamo nel concreto, nel determinato è¨ certo che subentrano fattori di carattere storico, culturale, sociale che differenziano le diverse concezioni del male e del bene.

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione…
Intanto, questo prima e questo poiè¨ abbastanza elusivo, se permette, perchè non è¨ il prima o poi, non è¨ che arriva la ragione e cessa la religione e tantomeno con la religione di per se c’è¨ qualcosa che non ha niente a che fare con la ragione, sono schemi tardo positivistici da comtiani di strapazzo. Non è¨ così¬, certamente non c’è¨ questa evoluzione della specie, dal mito alla religione, alla religione magari più razionale della precedente, poi invece alla ragione, poi alla scienza, sono schemini ridicoli. Non è¨ così che per fortuna ci evolviamo, ammesso che ci sia poi questa evoluzione se affrontiamo problemi di questo genere.
…cosa ha aiutato lei?
Per me è¨ stata fondamentale una educazione, un processo formativo. Possono esserci anche, per carità , le illuminazioni, può esserci anche l’esperienza di Budda sotto l’albero, di Paolo [N.d.R. Paolo di Tarso, noto come san Paolo] che cade da cavallo, ci possono essere anche esperienze nella vita che improvvisamente determinano una conversione radicale. Io francamente non le ho avute, non escludo che possano esserci questi momenti decisivi, nel caso mio non ci sono stati. La fede non c’è¨ mai stata, non sono un credente. Sono culturalmente, vitalmente, esistenzialmente interessato anche alla posizione del credente, alla posizione religiosa, non credo affatto che queste posizioni siano superate da atteggiamenti e da prospettive razionalistiche, sono cose distinte e che si accompagnano, si sono accompagnate e penso si accompagneranno.

10) Qual è¨ per lei il senso della vita?
Metta insieme tutto quello che ho detto finora e qualcosa verrà fuori. Non saprei. Non credo che ci sia “il” senso della vita.

Mario De Caro è¨ Professore associato di Filosofia morale all’Università Roma Tre. Dal 2000 insegna anche alla Tufts University (Massachusetts), dove è¨ regolarmente Visiting Professor.
èˆ autore di articoli in cinque lingue e di tre monografie e curatore di venti volumi o fascicoli di rivista, di cui sei con case editrici straniere e quattordici in italiano.
èˆ stato Presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica. è membro del comitato direttivo della Società Filosofica Italiana, sezione romana. èˆ membro dell’American Philosophical Association e del suo Committee on Academic Career Opportunities and Placement”. èˆ consulente della Commissione Fulbright, del Social Sciences and Humanities Research Council del Canada, del Ministerio da ciancia, Tecnologia e Ensino Superior del Portogallo e della Research Foundation delle Fiandre. È membro del Consiglio Scientifico di varie riviste scientifiche. èˆ condirettore, con Maurizio Ferraris, della collanaNuovo realismo” dell’editore Mimesis.

Intervista telefonica – 13 settembre 2013

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo. Cos’è¨ per lei la felicità ?
Esistono fondamentalmente due stati mentali, gli stati epistemici che tendono a comprendere come è il mondo, la cui direzione dunque è¨ dal mondo alla mente, e quelli ottativi in cui sostanzialmente si va dalla mente al mondo. I primi registrano le caratteristiche del mondo cercando di dare poi una ricostruzione generale, gli altri, quelli ottativi, sono gli stati che cercano di adattare il mondo, quelli che tendono verso un mondo diverso: i desideri e le speranze. In questo caso, noi immaginiamo un mondo diverso da come è, e cerchiamo, nei limiti del possibile, di adattarlo a queste nostre speranze e desideri. Naturalmente è¨ una lotta inane: l’adattamento del mondo ai nostri desideri è¨ sempre parziale, incompleto e spesso non avviene per nulla. La felicità è¨ quei momenti rarissimi in cui ci sembra che il mondo si sia adattato a ciò che noi speravamo; ma in questo caso però si tratta di un risultato sempre precario, sempre incompleto: per questo la felicità è¨ così rara. E per questo è¨ anche comune che ci siano gli altri stati che lei nominava dubbi, timori, sofferenze“ che sono i momenti in cui ci domandiamo perchè mai il mondo debba essere così differente da come vorremmo che fosse.

2) Professor De Caro cos’è¨ per lei l’amore?
Naturalmente amore significa tante cose. Non esiste una definizione unitariam visto che il termine è¨ usato per l’amore sessuale, per l’amore parentale, per l’amore verso gli amici, per l’amore verso la natura, e sostanzialmente è¨ difficile trovare anche un senso unitario che non sia banale e che racchiude tutti questi diversi sensi. Ma dovendo tentare, forse potremmo dire che il significato generale di amore è¨ il desiderio di armonia, un desiderio empatico di vivere in sintonia con l’amato. Ma ciò è¨ comunque molto vago. Insomma, mi sembra una di quelle domande in cui non è¨ molto fruttuoso cercare una risposta unitaria perchè il termine è¨ polisemico.

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?
Questoè¨ un altro caso in cui credo che non ci sia risposta. In origine questo tema rientrava in quello della teodicea: come è¨ possibile che esistano il male e la sofferenza? Era una domanda unitaria, ma già i grandi filosofi del medioevo, come Sant’Agostino, distinguevano diversi tipi di male, diversi tipi di sofferenza, e dunque davano risposte articolate. Oggi però si tende a dare spiegazioni naturalistiche, in quanto è¨ venuto meno (o si è¨ molto indebolito) l’ armamentario teologico per dare spiegazioni complessive, e quindi di volta in volta cerchiamo di dare spiegazioni di diverso tipo. C’è la sofferenza fisica e cioè¨ la sofferenza psicologica: in ognuno di questi casi ci sono spiegazioni diverse, la sofferenza fisica è¨ delegata al dolore, la sofferenza psicologica forse è¨ più sottile e credo che sia l’opposto della felicità . Ovvero che sia lo scarto che c’è¨ tra il modo in cui vorremmo che il mondo fosse e come di fatto esso è¨.

4) Cos’è¨ per lei la morte?
èˆ il compimento sommo dell’insoddisfazione della sofferenza, e quindi il crollo di tutti i nostri tentativi di adattare il mondo a ciò che vogliamo. èˆ l’estrema dimostrazione che il mondo non siamo riusciti veramente a cambiarlo come volevamo e che non lo potremo mai più cambiare. èˆ la vittoria definitiva del mondo su di noi, sulle nostre speranze.

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?
Anche qui credo sia difficile una risposta univoca. E’difficile anche perchè noi ci diamo obiettivi che cambiano nel corso della vita  e ciò anche al di là poi di quelli ovvi (che sono anche dovuti alla nostra natura biologica, cioè¨, l’attenzione ai familiari, agli amici, ai figli ecc:) e quelli ancor più terreni, che sono legati alle soddisfazioni professionali, al piacere. Non direi che esiste un tipo di obiettivo univoco nella vita; ma ovviamente questa non è un’idea. èˆ difficile dire che cos’è¨ la felicità e quali sono gli obiettivi che ci poniamo nel tentativo di realizzarla: anche in questo caso, insomma, credo ci siano delle risposte molto variabili.
In parte, naturalmente, anche i miei obiettivi sono quelli che tutti hanno. Direi che esistono obiettivi massimali irrealizzabili, che però rappresentano una sorta di bussola nella vita, come appunto l’armonia con l’ambiente e con gli altri; e poi esistono obiettivi più specifici che sono sostanzialmente il tentativo di limitare la sofferenza nostra e di chi ci sta vicino, come dicono i filosofi utilitaristi.

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?
Non solo non esiste un progetto unico per tutti, ma non esiste neanche un progetto unico per ognuno di noi; nno credo io di avere un progetto esistenziale da compiere come qualcosa di definito, compiuto, che potrebbe essere enunciato in poche frasi. èˆ un insieme di progetti, di desideri che cerchiamo di realizzare, e che solo in minima parte si realizzano, e sempre precariamente e provvisoriamente.

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciononostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?
Penso che lei abbia ragione! èˆ una questione degli ultimi decenni: si è¨ accentuato l’individualismo in ambito economico, in ambito sociale, in ambito comportamentale. Ma ciò non vuol dire che, naturalmente, un individualista possa veramente vivere senza la presenza degli altri: anche gli individualisti hanno bisogno degli altri, però non li rispettano come dovrebbero. E in questa fase storica la competitività sociale ed economica si è¨ accentuata e questo porta ad una svalutazione dei nostri rapporti con gli altri. Però nessun individualista (a meno che non sia un sociopatico) potrebbe fare a meno degli altri, oggi nessuno può veramente decidere di vivere da solo come facevano gli anacoreti. Anche il più individualista degli individualisti ha bisogno degli altri.

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?
Penso siano sbagliate le posizioni dei relativisti che dicono che il bene e il male cambiano da cultura a cultura, forse da persona a persona, di epoca in epoca. Io penso che esistano azioni e comportamenti oggettivamente errati. Possiamo per esempio immaginare regimi spietati che certamente non possono essere definiti buoni da nessun punto di vista. Naturalmente possiamo errare noi a individuare cos’è¨ bene e cos’è¨ male: per esempio fino a tre, quattro secoli fa, la schiavitù, la pena di morte, la tortura venivano vissute come pratiche normali e in determinati casi addirittura come doverose. Oggi sappiamo che non è¨ così, e sappiamo anche che chi in precedenza pensava ciò si sbagliava. Ovviamente non possiamo sapere oggi cosa penseranno le persone nel futuro: ma io credo sia ragionevole ritenere che saranno più avanzate di noi. E’ vero che ci possono essere regressi, per esempio la Germania negli anni Trenta rappresentò sicuramente un regresso dal punto di vista morale. Ma storicamente, nella maggior parte dei casi, si è¨ avuto un sostanziale cammino in avanti: e ovviamente ciò è¨ dovuto all’avanzamento della riflessione e della cultura e alla loro maggior diffusione.

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è¨ sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?
Noi che viviamo nel mondo avanzato, con condizioni di vita abbastanza dignitose, siamo abbastanza protetti rispetto all’ignoto. Non ci accade molto frequentemente di pensare all’ignoto: almeno non tanto quanto usavano farlo i nostri antenati o quanto si fa ancora oggi nei paesi in cui ancora può² succedere di tutto, in cui la precarietà è¨ la regola dell’sistenza. Basta leggere gli stupendi libri di Ernesto De Martino per vedere come nella società meridionale, ancora mezzo secolo fa la precarietà della vita fosse una costante e come il futuro fosse visto con terrore. D’altra parte, probabilmente è¨ anche vero che noi non siamo spaventati dal futuro anche perchè siamo un po’ incoscienti, perchè viviamo immaginando che l’imprevedibile e il pericolo non sia dietro l’angolo. La routine della vita quotidiana della società consumistica un po’ ci protegge, ma un po’, forse, ci rende ciechi.
In generale, la nostra miglior difesa, oltre al sostegno dei nostri cari, è¨ rappresentata dalla cultura: anche se va detto che questo termine è¨ vago. Qualcuno incentra la sua cultura sulla religione; altri, più laici, si affidano prevalentemente alla scienza e alla ragione. Ma in generale la cultura è¨ l’unica nostra vera difesa contro l’ignoto.

10) Qual è¨ per lei il senso della vita?
Questo è un altro caso in cui non so se ci sia una risposta unitaria: mi faccia tornare però² alla risposta precedente. Non so se oggi ci sia un senso della vita in cui l’avevano quanti vivevano in un universo pre-secolarizzato, quando l’universo era dominato da presenze soprannaturali. Oggi il senso della vita non ha più la S maiuscola: è¨ una ricerca costante di piccoli sensi, di piccoli miglioramenti, di piccoli aggiustamenti, di tentativi sempre incompleti di adattare il mondo meglio possibile ai nostri desideri. Per fare tutto questo, credo di nuovo che sia importante la cultura, perchè essa apre i nostri orizzonti e ci permette di vivere meglio. Lei parlava del crescente individualismo: e questo è¨ certamente un problema. Però la più grossa involuzione degli ultimi decenni, a mio giudizio, è¨ data dal fatto che è diminuito il rispetto per la cultura, per la scuola, per l’istruzione, per la lettura, per la discussione razionale, e lo si vede in tutti gli ambiti della vita. Questo è un fenomeno regressivo molto grave e spero, anche se non ne sono certo, che non si aggravi ulteriormente nei prossimi anni.

Nata a Roma, Michela Marzano ha studiato all’università di Pisa e alla Scuola Normale Superiore. Dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, oggi è professore ordinario di filosofia morale all’Universitè Paris Descartes. Si occupa di Filosofia morale e politica e, in particolar modo, del posto che occupa al giorno d’oggi l’essere umano, in quanto essere carnale. L’analisi della fragilità della condizione umana rappresenta il punto di partenza delle sue ricerche e delle sue riflessioni filosofiche. Michela Marzano è deputata del Partito Democratico. Ha pubblicato “Sii bella e stai zitta. Perchè l’Italia di oggi offende le donne” (Mondadori, 2010) e “Volevo essere una farfalla” (Mondadori, 2011).

Intervista telefonica del 3 dicembre 2012

1) Normalmente le grandi domande sull’esistenza nascono in presenza del dolore, della malattia, della morte e difficilmente in presenza della felicità che tutti rincorriamo, che cos’è¨ per lei la felicità ?
La felicità come stato permanente non credo che esista. Esistono solo piccoli attimi di gioia. Da questo punto di vista, la felicità consiste nell’essere capaci di prendere quello che la vita ci dà , di riconoscerlo, di non lasciarlo passar via e di ricordarcene nei momenti in cui invece è¨ un po’ più difficile andare avanti.

2) Professoressa Marzano cos’è¨ per lei l’amore?
Ah! Domanda difficile, perchè in questo momento sto cercando di riflettere… proprio perchè sto scrivendo il mio prossimo libro sull’amore.
Dunque, l’amore. Intanto comincerei col dire ciò che non è l’amore. L’amore non è¨ la fusione, non è¨ nel momento in cui io penso che l’altra persona possa colmare esattamente il vuoto che mi porto dentro, che sono confrontata all’amore, perché in quel caso confondo l’amore con il bisogno. L’amore però al tempo stesso, non è nemmeno indifferenza, che poi è¨ praticamente lo scoglio di fronte al quale ci troviamo: se non posso arrivare a una fusione con l’altra persona perchè l’altra persona non può colmare il mio vuoto, non posso nemmeno fare come se l’altro fosse un estraneo e quindi mettere troppa distanza tra me e l’altro. Partendo da queste due cose da evitare, l’amore è¨ un equilibro delicato che consiste a dare e ricevere. Lacan direbbe che:Ogni qualvolta che si ama, si dà ciò che non si ha, a una persona che non lo vuole. Secondo me è¨ una definizione molto bella dell’amore perchè effettivamente quando si ama, si ha tendenza a voler dare alla persona che si ama, quello che si vorrebbe ricevere da questa persona. Solo che, siccome l’altra persona

è¨ altro rispetto a noi, probabilmente quello che lui o lei vuol ricevere non è¨ quello che gli stiamo dando. Ecco perché c’è questo paradosso, io do a una persona che amo quello che non ho, anche se questa persona molto probabilmente non vuole quello che io le sto dando.
C’è¨ sempre un’incomprensione all’interno dell’amore: si dà e si riceve, anche se il tutto in maniera sempre asimmetrica e imperfetta.

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?
Non credo si possa spiegare la sofferenza. Quando si soffre, si cerca disperatamente di trovare un perchè. Il perchè di questa sofferenza, però, sfugge sempre. Per certi aspetti, la sofferenza è sempre inutile e sempre senza senso. Ecco perchè bisognerebbe smetterla di cercare per forza un perchè. Quello che conta, talvolta, è spostarsi dal perchè al come: non perchè soffro? ma come posso fare per soffrire meno? Purtroppo quando si parla della sofferenza c’è  sempre qualcosa che rinvia al mistero della condizione umana. Questo non vuol dire che si debba accettare la sofferenza. Al contrario. Si deve cercare si superarla e di diminuirla. Sapendo però che tante volte si è¨ impotenti.

4) Cos’è¨ per lei la morte?
La morte dell’essere umano è¨ qualcosa che è¨ intrinseca alla natura umana. Come dice Hans Jonas:moriamo proprio perchè viviamo. C’è dunque qualcosa di ineluttabile nella morte. Ecco perchè, come dico sempre ai miei studenti, l’unica cosa che possiamo cercare di fare è¨ quella di sforzarci di vivere al meglio. Quando poi si parla della morte dei propri cari, si aggiunge a questa dimensione ineluttabile della morte, la dimensione della perdita. Si perde una persona cara che non è¨ solo un’altra persona, ma è¨ anche l’insieme di tutti i sentimenti che ci legano a questa persona, ecco perché è¨ così difficile fare poi il lutto della perdita della persona cara.

5) Sappiamo che siamo nati, sappiamo che moriremo e che in questo spazio temporale viviamo costruendoci un percorso, per alcuni consapevolmente per altri no, quali sono i suoi obiettivi nella vita e cosa fa per concretizzarli?
Per tanto tempo, sono stata convinta che la cosa più importante nella vita fosse quella di fare il proprio dovere. Poi, pian piano mi sono resa conto che nella vita c’è anche altro, c’è anche la gioia, la tenerezza, ‘amore. Oggi, il mio obbiettivo più importante è quello di cercare di trovare le parole giuste per spiegare quello che viviamo, cercare di dare un senso, talvolta, a ciò che senso non ha. Ho quindi capito che il modo migliore per perseguire questo scopo è quello di essere attenta a tutto quello che succede e talvolta lasciar perdere il dovere, banalmente perseguire il corso della vita.

6) Abbiamo tutti un progetto esistenziale da compiere?
Dipende da cosa si intende con progetto. Di progetti ce ne sono tantissimi, non’è un unico progetto. Diciamo che ognuno di noi deve cercare di capire quello che desidera veramente e sforzarsi poi di trovare i mezzi necessari per realizzare i propri desideri. Che per fortuna sono tanti.

7) Siamo animali sociali, la vita di ciascuno di noi non avrebbe scopo senza la presenza degli altri, ma ciò nonostante viviamo in un’epoca dove l’individualismo viene sempre più esaltato e questo sembra determinare una involuzione culturale, cosa ne pensa?
Sono d’accordo. Uno dei problemi della contemporaneità è¨ che, a forza di perseguire il proprio interesse individuale, talvolta si dimentica che anche il nostro stesso interesse non può essere perseguito se escludiamo gli altri. L’unico modo per poter veramente realizzare i nostri progetti è¨ cooperare con gli altri: è¨ solo quando si coopera che si può poi costruire un vivere insieme comune e che possiamo poi realizzarci anche individualmente.

8) Il bene, il male, come possiamo riconoscerli?
Non è¨ facile. Anche perchè tante volte è¨ proprio nel nome del bene che si compie poi il male. Non dimentichiamoci che nel periodo del terrore rivoluzionario Robespierre voleva realizzare il bene, ed è¨ stato proprio nel nome del bene che si è¨ messo poi in atto tutto il sistema del terrore con la ghigliottina ecc. Forse il modo migliore per cercare di evitare di cadere in queste trappole è¨ quello di dare una definizione minima del bene e del male, e io direi che è¨ bene tutto ciò che permette di riconoscere ‘altro come una persona che merita rispetto; ed è male tutto ciò che impedisce a una persona di essere se stessa, tutto ciò che impedisce a un altro di essere altro rispetto a noi. èˆ bene il rispetto dell’essere umano in quanto tale, sapendo però che ognuno di noi è diverso da tutti gli altri.

9) L’uomo, dalla sua nascita ad oggi è¨ sempre stato angosciato e terrorizzato dall’ignoto, in suo aiuto sono arrivate prima le religioni e poi, con la filosofia, la ragione, cosa ha aiutato lei?
Un insieme di cose, nel senso che io per tanto tempo sono stata molto razionale, poi mi sono accorta dei limiti della razionalità . Forse, ciò che aiuta veramente è¨ rendersi conto che in quanto esseri umani iscritti nella fragilità del mondo, non possiamo controllare tutto. Certo, ci sono tante cose che dipendono da noi, ma ce ne sono anche tante che ci sfuggono. Basta accettare i propri limiti, coscienti del fatto che sono proprio i nostri limiti che talvolta diventano dei punti di forza.

10) Qual è¨ per lei il senso della vita?
Per me il senso della vita è vivere! Se si cerca di andare al di là del vivere, talvolta ci si perde.

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