Nietzsche e la costruzione del superuomo- M. Onfray

Nietzsche e la costruzione del superuomo- M. Onfray

Non è che prima di Nietzsche la storia della filosofia abbia proprio sonnecchiato, però – SBAM!!! – è come se i libri del filosofo tedesco – aforistici, sciamanici, poetici, acuminati – abbiano divelto finalmente ogni argine paludato, fatto irruzione nell’immanenza con l’impeto del colpo di vento anticipatore dell’uragano.on

 

Nietzsche – più ancora che Feurbach e Marx – è stato capace in un sol colpo, per esempio, di fare secco Dio e il Cristianesimo, di esfoliare il pensiero da qualsivoglia lacciolo metafisico, di (ri)partire dal corpo, dall’uomo (anzi dal superomismo zarathustrano), da una volontà di potenza universale, scevra da senso di colpa e da peccato. Insomma: prima di lui soltanto prove tecniche di pensiero divergente, con lui la vera e propria sinfonia dell’affrancamento, l’apoteosi dirompente del senso ontologico liberato.

 

L’apologia sperticata dell’uomo forte? I cardini teorici del nazifascismo? Tutte balle, scrive bene Michel Onfray: colpa delle strumentalizzazioni operate dalla sorella.

Friedrich Nietzsche resta piuttosto il cardine rivoluzionario e imprescindibile della speculazione filosofica moderna, un numero primo, un genio del pensiero conscio e pre-conscio, un poeta dell’anti-trascendenza, un vetero-illuminista forse anche suo malgrado. Il saggio che gli dedica Michel Onfray – il settimo volume della sua Controstoria della Filosofia, “Nietzsche e la costruzione del superuomo” (Ponte alle Grazie, 2014) – gli rende merito se possibile una volta di più.

Oltre trecento pagine di indagini nietzschiane, muovendosi tra opere, idee e biografia. Le doti analitico/divulgative di Onfray sono, d’altro canto, molto note: sguardo acuminato e riflessioni al fulmicotone, a sostegno di tesi su tesi, su questa falsariga (a mo’ di esempio) che eleva il genio nietzschiano e liquida come si deve i meriti attribuiti a Sigmund Freud:niet

“La teoria di un filosofo deriva (…) dal suo corpo (…) Ecco dunque che nel 1885, ossia quindici anni prima dell’Interpretazione dei sogni di Freud, la cosa viene detta per la prima volta in modo chiaro: la coscienza del filosofo è secondaria, prodotta, generata, è conseguenza, risultato, effetto, è messa al mondo, partorita dall’inconscio che è invece primo, produttore, generatore, causa, genitore, padre delle idee, dei pensieri, delle produzioni intellettuali, culturali, filosofiche. Le idee non cadono dal cielo, prese al volo da un’anima immateriale fatta della loro stessa sostanza, ma salgono dal corpo, formulate da una coscienza che conferisce loro un aspetto, un tono, uno stile” (pag. 151).

 

Ne discende il ritratto “per vita e concetti” del filosofo tedesco – la sua mente arroventata dal trauma della morte precoce del padre, l’angoscia per il sogno premonitore che gli “annunciava” quella del fratello, il corpo cagionevole sublimato nell’ideazione della potenza oltre-umana -, un affresco illuminante, acuto, ardimentoso, poderoso (un saggio “alla Onfray”, tanto per capirci), per nietzschiani e non nietzschiani, con il non trascurabile valore aggiunto della scorrevolezza.

E di più: parliamo di quella legge che l’uomo differenziato dà a se stesso, e nella quale solo c’è l’espletazione della libertà personale: che non è fare quello che mi pare, ma corrisponde a fare ciò che la mia legge – fatta di ethos, sì, ma anche di pulsioni e di desideri – mi suggerisce. E questo è l’assioma di base che guida gli studi e gli scritti di Onfray: a suggello di un filo rosso che lega Epicuro, Nietzsche, Evola e Onfray stesso, e che passa attraverso il rifiuto del pietismo tipico delle religioni monoteiste. Un pietismo che, non a caso, ha fatto parlare di “religione degli schiavi”, ossia di coloro i quali sono soggetti al determinismo, alla legge immutabile dell’Universo. Ora invece Onfray – e i suoi maestri cui abbiamo fatto riferimento – dicono che è vero che esiste una legge che è meccanica, deterministica, inderogabile; ma aggiungono – discostandosi – che per l’uomo che si cimenta con questa legge c’è anche la libertà – non di sottrarsi: e del resto lo stesso Onfray bolla come puramente utopistica la possibilità di sottrarsi alla sofferenza, per esempio – ma di coglierne il meglio: cioè di utilizzarla come strumento per la propria realizzazione.

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