Mother: il mito del sacrificio e il capro espiatorio. W. Moriggi-Parte 1

Mother: il mito del sacrificio e il capro espiatorio. W. Moriggi-Parte 1

 

Mother: il mito del sacrificio e il capro espiatorio.  Walter Moriggi

“Queste rappresentazioni religiose che si presentano come dogmi, non sono esiti dell’esperienza o risultati conclusivi di un’attività di pensiero, ma sono illusioni, appagamenti dei desideri più antichi, più forti, più pressanti dell’umanità; il segreto della loro forza sta nella forza stessa di questi desideri.” – Sigmund Freud, L’avvenire di una illusione.

«È criminale uccidere la vittima perché essa è sacra… ma la vittima non sarebbe sacra se non la si uccidesse». – René Girard, La violenza e il sacro

“Se la figlia di un sacerdote si disonora prostituendosi, ella disonora suo padre; sarà bruciata con il fuoco.” – Levitico 21,9

“Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?” – Giovanni 8,5

“…e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti ed i sacrifici. – Matteo 12,33

 

La donna adultera

La storia, dal greco “istoria” è una ricerca sul passato dell’uomo, un’indagine che muove i suoi passi tra i domini del conosciuto e del vissuto. Questa indagine deve avere una visione critica e prendere le distanze dalla tradizione che tramanda certi dati storici come fossero punti di vista spontanei, scontati, raccontandoli in modo superficiale e carico di pregiudizi.

È il caso dei Vangeli che hanno una veridicità storica impossibile da dimostrare in quanto sono stati compilati in un arco di tempo distante dagli avvenimenti raccontati, per poi essere manipolati, modificati a piacimento.

Prendiam,o ad esempio, il racconto della donna adultera. (1) La storia di questo scritto dimostra come i primi “cristiani”, così stigmatizzati ad Antiochia per differenziarli dal popolo eletto, utilizzassero dei racconti la cui principale caratteristica non era di avere una veridicità storica ma di veicolare un messaggio che andava al di là della loro cultura, della loro appartenenza etnica e religiosa, un messaggio che rompeva le regole stabilite e vigenti in quel tempo.

 

Il mito del capro espiatorio

Guardando alla storia dei popoli, alla loro fondazione, esiste un fatto storico che è comune a tutte le culture e popoli. Per spiegarlo ricorriamo ai principi di base di René Girard: il desiderio umano è sempre imitativo: il desiderio è “triangolare”, per cui tra il soggetto desiderante e l’oggetto desiderato esiste un mediatore che indica gli oggetti da desiderare. Tutti i comportamenti, quelli individuali, quelli sociali e quelli dell’intera cultura umana, possono essere ricondotti al triangolo della mimesis (imitazione).

Dato che la lotta per l’ottenimento del desiderio provoca una violenza che richiama altra violenza, per liberarsi da questo circolo vizioso sono nate le istituzioni religiose tradizionali e soprattutto il sacrificio (2).

E’ così che nasce il meccanismo della vittima espiatoria per mezzo del quale, potendo la violenza cambiare direzione e sfogarsi su un oggetto di ricambio si libera dalla violenza la società. Nel corso della storia la verità del mito è confermata dalle persecuzioni religiose di coloro che iniziano a demistificare gli schemi sacrificali. La storia dell’Occidente si è sviluppata da un testo (il testo della rivelazione giudeo-cristiana) che contiene le verità decisive sui desideri dell’uomo e sui meccanismi della violenza.

Il meccanismo risolutore dei conflitti agisce tramite un inconsapevole ed unanime doppio transfert: in primis alla vittima si attribuiva tutta la carica violenta che cortocircuitava la società e poi la si esaltava attribuendole un valore sacro. Con il sacrificio di una vittima, di un innocente, veniva ricomposta l’unità della società dilaniata dalle tensioni mimetiche e dalle lotte primordiali.

Il sacrificio è sempre stato inteso come «una violenza senza rischio di vendetta». Le vittime scelte erano sovente “l’altro”, il non gradito, il non conforme, il simbolo di ciò che si voleva espellere dalla società attribuendogli arbitrariamente responsabilità e colpe non sue e la sua messa a morte poneva fine alla collera degli Dèi.

 

Bisogna precisare che il “Sacrificio” dal latino “Sacer” (2), consacrato agli dei, è sempre stato il rito classico delle religioni antiche e moderne e che ha subito solo un’evoluzione dai primi riti, con ogni probabilità antropofagi, modificando la sua etica di forma ma non il suo concetto base. Lo stesso Sigmund Freud asseriva che all’origine non vi era altro che un rito cannibalesco in cui l’animale totem veniva ucciso e la tribù se ne cibava per assimilarlo… In altre religioni tribali le divinità erano “assetate del sangue umano”, che aveva la proprietà di mantenerle in vita. Queste divinità ricambiavano il favore col benessere degli umani.

In altre religioni le divinità non necessitavano del sangue umano per sussistere ma chiedevano comunque la morte di un essere umano. Se il sacrificio è un atto violento ed è una dimensione centrale di tutte le religioni, qual è la relazione che lega tra loro sacrificio, religione e violenza?

Il termine “sacro” (2) significa infatti “con-sacrato agli dèi”, ed è un temine che viene caricato di una “contaminazione incancellabile, augusta e maledetta degna di venerazione e suscitante orrore”. (3)

 

Le scritture parlano spesso anche di sacrifici umani e come in altri riti antropofagi dell’antichità si parla di sacrifici di bambini.

 

“E offrirai i tuoi olocausti, la carne e il sangue, sull’altare del SIGNORE tuo Dio; e il sangue delle altre tue vittime dovrà essere sparso sull’altare del SIGNORE tuo Dio, e tu mangerai la carne”. – Deuteronomio 12,27

La discussa vicenda di Isacco la ritroviamo in altre parti:

“Maledetto davanti al Signore l’uomo che si alzerà e ricostruirà questa città di Gerico! Sul suo primogenito getterà le fondamenta e sul figlio minore ne erigerà le porte!”. – Giosué 6, 26

In Esodo XXII, 28-29, si legge chiaramente, “Tu mi darai il primogenito dei tuoi figli e anche quelli delle tue mandrie e del tuo gregge, al loro ottavo giorno”.

Ezechiele (XX, 24-26) ne parla come “una delle leggi che non erano buone” e tali da contaminare Israele per castigo della sua idolatria.

Un chiaro paradigma di capro espiatorio lo troviamo nella “Vita di Apollonio di Tiana”, narrata da Lucio Flavio Filostrato, erudito scrittore greco del III secolo.

Apollonio di Tiana

Apollonio di Tiana, profeta e taumaturgo, visse nel II secolo d.C. in un momento propizio alla fioritura di maghi e profeti all’interno del movimento neopitagorico. I suoi miracoli erano ritenuti di gran lunga superiori a quelli che la nuova classe sacerdotale dominante riteneva fossero stati compiuti da Gesù.

Il suo miracolo più celebre fu il salvare la città di Efeso da una epidemia di peste. Di tale avvenimento possediamo il resoconto di Filostrato che scrisse una biografia di Apollonio di Tiana, così da poter difendere la religione dei suoi antenati e dar vigore alla lotta contro il cristianesimo romano.

 

“Fatevi coraggio, perché oggi stesso metterò fine a questo flagello (la pestilenza). E con tali parole condusse (Apollonio) l’intera popolazione al teatro, dove si trovava l’immagine del dio protettore. Lì egli vide quello che sembrava un vecchio mendicante, il quale astutamente ammiccava gli occhi come se fosse cieco, e portava una borsa che conteneva una crosta di pane; era vestito di stracci e il suo viso era imbrattato di sudiciume. Apollonio dispose gli Efesini attorno a sé e disse: -Raccogliete più pietre possibili e scagliatele contro questo nemico degli dei-. Gli Efesini si domandarono che cosa volesse dire ed erano sbigottiti all’idea di uccidere uno straniero così palesemente miserabile, che li pregava e supplicava di avere pietà di lui. Ma Apollonio insistette e incitò gli Efesini a scagliarsi contro di lui e a non lasciarlo andare”. – Filostrato

Questo brano rivela chiaramente come a seguito di una grave crisi intestina dovuta alla pestilenza, la folla sia in preda al panico collettivo. Apollonio conoscendo molto bene il funzionamento del sistema del capro espiatorio, si pone nei confronti della città in modo emblematico: convince la gente che con il sacrificio di un singolo individuo i problemi scomparirebbero. Una volta scelta la vittima, riesce facilmente a mostrare alla folla, oramai contagiata dal mimetismo, quello che egli stesso vuole che sia osservato, ossia che non si tratta di un uomo ma di un demone e in quanto che tale, responsabile della pestilenza e dell’odio che egli prova verso la comunità. Non è un caso se il capro espiatorio scelto da Apollonio sia un mendicante straniero, vestito di stracci, sporco e apparentemente cieco: rappresenta il classico emarginato o comunque una vittima facile, indifesa, come gli animali nel Tempio di Gerusalemme, che espiavano le trasgressioni umane alla Legge.

 

Nel racconto di Filostrato, vediamo che in un primo momento i cittadini non capiscono perché debbano ammazzare barbaramente, e per di più senza prove, il mendicante. Sbigottita ed incredula, la folla viene tuttavia sviata dalle pressanti parole di Apollonio che indica il mendicante come nemico degli dei. Così facendo egli intende distogliere la massa dall’attenzione dell’atto violento in sé. Qualcuno scaglia la prima pietra, compiendo il gesto fondatore auspicato. Il copione del “capro espiatorio” ha difatti una sua codifica fissa. Successivamente tutti gli altri imitano il modello e diventano talmente sicuri della colpevolezza del mendicante vi scorgono nei suoi occhi il fuoco, un segno demoniaco che accresce ancor più i sospetti: ora non resta che completare l’opera. Il racconto si conclude con la ricomposizione del conflitto, con la riconciliazione della folla. Il sentimento che la giustizia sia stata fatta, che abbia prevalso una unità di intenti, solleva la folla, e la tensione viene scaricata.

Ma a quale prezzo?

Note

(1) https://it.m.wikipedia.org/wiki/Pericope_dell%27adultera

(2) Nell’antica Roma “Homo sacer” era il condannato a morte. Il termine santo prima di prendere una connotazione edulcorata era ciò che è proibito, sanzionabile (sanctio, sanzione). Difatti “ Sancta” nel mondo latino, non era un termine identificabile con cose sacre o profane ma con la conferma di una sanzione. Si tratta di una nozione a doppia identità : positiva (perché caricata da presenza divina) e negativa (perché è vietata agli uomini).

3) Fabietti – il debito inestinguibile. sul sacrificio, Appunti di Antropologia.

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