La morte paradosso della coscienza- Gianmario Gelati

La morte paradosso della coscienza- Gianmario Gelati

La morte paradosso della coscienza-bella

Titolo ambizioso, in effetti il termine coscienza ha già in sé qualcosa di irriducibile, come evidenziato dalla stragrande maggioranza dei filosofi contemporanei.                                                                                                                 Tutti i dati scientifici concordano che la coscienza faccia parte dell’universo fisico e sia quindi un fenomeno biologico, e quindi come tutti gli altri fenomeni sia in evoluzione. Nel contempo però è qualcosa di più, qualcosa che sta al di fuori dei paradigmi della fisica e della biologia. Fa parte del mondo, ma nel contempo lo contiene.

Possiamo prendere come riferimento la definizione neutra di T. Metzinger, che definisce la coscienza, L’APPARIRE DI UN MONDO.

Questa proprietà è comparsa sulla terra da tempi relativamente recenti, circa 200 milioni di anni. Per inciso, non è appannaggio solo dell’uomo, sicuramente è una proprietà psichica condivisa nel mondo animale.

In particolare, ricordo il lavoro del 2005 di Anil Seth , Barnard Baars e David Edelman che hanno messo a punto una classificazione di 17 criteri con cui localizzare le strutture cerebrali che presiedono all’esperienza cosciente.

Le prove empiriche a favore della presenza di coscienza in mammiferi, uccelli ed addirittura nei polpi, sono state confermate al di là di ogni ragionevole dubbio e hanno indicato che i mammiferi sono come noi, realisti ingenui.

Che cos’è il realismo ingenuo?

E’ una forma di coscienza, quella più diffusa in natura.

Corrisponde alla credenza che vi sia un “io”, con proprietà di unità e coerenza, che si pone in tempo reale, quindi al tempo presente, in relazione con un mondo esterno, che è rispetto a lui autonomo ed indipendente.

L’”io”, inoltre, si auto attribuisce sia la capacità di conoscere direttamente ed autenticamente il mondo esterno, sia il suo ruolo causale delle scelte che vengono operate.                                                                                                                                                                                             Filosoficamente questo atteggiamento cognitivo è chiamato enbodyment di primo livello. (cognitivismo incarnato)

Il realismo ingenuo è la modalità della coscienza che vige attualmente nella nostra cultura.

Nel titolo l’accostamento della morte è riferito proprio a questo tipo di coscienza; quella umana ordinaria quindi, di cui tutti facciamo esperienza, quella forma di coscienza fatta di spazio tempo persona.

Da migliaia di anni, si è reso evidente che è possibile operare un aumento di consapevolezza, rispetto al realismo ingenuo.                                                                                                                                                                       E’ quindi possibile rivolgere internamente la prospettiva ed esplorare il contenuto dei nostri stati mentali ed emozionali, compiere uno switch, un salto; ed accedere alla intuizione dei processi cognitivi che stanno dietro alla visione ingenua.

Questo aumento di conoscenza ci permette di vedere il mondo come una rappresentazione psichica, una simulazione complessa ed altamente realistica, coinvolgente.

Ecco che ci si sveglia dalla visione ingenua e si approda a forme di pensiero che filosoficamente sono conosciuti come “ livelli di rappresentazione superiore”, enbodyment di II e III livello.

Questa conoscenza, di sapore iniziatico, fu subito coltivata dal mondo intellettuale e filosofico antico.   Aristotele ad esempio la chiamò Thauma.

Si rese inoltre subito evidente quanto fosse difficile divulgare questo tipo di conoscenza.

Anzi, credo che il tentativo di far accedere a questa profonda consapevolezza sia stato il protagonista principale delle opere artistiche, letterarie e filosofiche umane. Furono concepiti dei percorsi di intellettualizzazione mirati a far cogliere quanto sia ben poca cosa il mondo ingenuo dell’io rispetto al mondo dell’inconscio.

Dai misteri di Eleusi agli gnosticismi , delle religioni quali il Buddhismo alla stessa tragedia greca dell’età classica.    Nelle opere letterarie dall’epopea di Gilgamesh alle metempsicosi di Pitagora, dalle opere di Dostojeskj , di Bouchet, Darrida, e a pensatori liberi quali Tommaso Campanella e Giordano Bruno. Infine alla moltitudine di filosofi che hanno trattato dell’ontologia; da Eraclito, a Berkeley, D.Hume,Spinoza, Camus.                                                                                                                                                                                                                    Tra i vari stratagemmi utilizzati per divulgare questa conoscenza sapienziale, il più usato fu proprio il tema della morte.                                                                                                                                                                                 Già Platone, nel Fedone, raccontava quanto fosse importante per gli uomini, non conoscere la loro data di morte; scriveva che già solo questo sarebbe bastato a mettere in subbuglio i puntelli dalla “ vita sana e normale “, tema ripreso recentemente da un film “ dio esiste e vive a Bruxelles”.                                                             Il tema della morte quindi è storicamente il più importante grimaldello psichico atto a scardinare la montatura del realismo ingenuo.

Il paradosso sta nel fatto che attraverso l’evocazione della morte possa morire la coscienza del realismo ingenuo ed aprirsi un nuovo stato di coscienza, di livello superiore, dove anche la stessa concettualità della morte è cambiata. A livelli superiori di coscienza infatti il dubbio si sposta dalla morte alla vita; cosa rimane di noi e della nostra esistenza una volta che smascheriamo l’io e la razionalità logica delle sue rappresentazioni? Questo è il tema di principale studio della filosofia contemporanea.

Nell’antica Grecia cantava Menandro : “ Caro agli dei chi muore giovane “.                                                                         “ Meglio non essere nati ”, in quella società, era addirittura considerata la massima di più profonda saggezza.                                                                                                                                                                                    Lo ricordava Nietszche nella Nascita della tragedia riprendendo da Plutarco, tratto dal “Dell’anima”Aristotelico.                                                                                                                                        “L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso. Quando finalmente riuscì a prenderlo gli domandò quale fosse la cosa migliore e desiderabile per l’uomo. Rigido ed immobile il demone tace; finché costretto dal re, esce da ultime fra stridule risa in queste parole: stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che a te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te non essere nato, non essere, non essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”.

Il re Mida con Sileno, così come Edipo con Tiresia, stralciano il velo del realismo ingenuo.       Moltissime tragedie e miti hanno poi trattato di questo shock gnosico. Addirittura si è ritrovato anche nella Bibbia, in particolare nel libro di Giobbe e nella meditazione del deuteroisaia.

Come racconta U. Curi, rappresentò un tema molto diffuso nell’antichità e dette l’avvio alla convinzione che la sofferenza (pathos) possa produrre conoscenza (mathos) e viceversa.

Questo legame fu poi ripercorso lungo tutto lo sviluppo della cultura occidentale, da Pascal a Dostoevskij, da Agostino a Spinoza, da Hoderlin a Kierkegard.

Meglio non esser nati.   Questa sentenza è così grave e netta da non lasciare indifferenti.

In effetti la cultura greca dell’epoca possedeva una diversa sensibilità rispetto all’l’attuale. L’uomo era prima di tutto un mortale, e così veniva usualmente chiamato ( brotos), che esperiva un attimo di vita, una fugace esistenza, in un cosmo immutabile; dove dominava un determinismo totale, la cosiddetta Ananke, la necessità ed il peccato , l’hybris, era proprio pensare che l’io potesse sfidare le leggi eterne del divenire.       Le preghiere stesse, in quella cultura, non si formulavano per ottenere grazie o favori per se stessi o i propri affetti, perché nel chiederlo si avrebbe già evidentemente peccato di superbia.

Ma rivolgiamo nuovamente l’attenzione alle nostre attuali società. Queste sono società basate sugli “io” ed infatti come diretta conseguenza il tema della morte risulta il grande assente.

Addirittura siamo soliti evocare tutta una serie di strumenti utili ad allontanarne anche la sola idea.

La nostra cultura è molto diversa. Due le cause principali additate come le responsabili del cambiamento.                                                                                      La prima dovuta alla secolarizzazione del cristianesimo; che ha da un lato ha tolto il senso tragico ai credenti, donando loro la supposta vita eterna; dall’altro per il clima di messianico ottimismo che ha diffuso nella cultura; l’idea di un passato peccaminoso che attraverso la redenzione possa esitare nella salvezza.                       L’idea stessa del progresso nasce da questa visione ottimistica, al punto che chi è cresciuto nelle nostre culture cristiane non può non rimanerne profondamente contagiato.                                                                                                                                                                                                                                  La seconda dovuta invece al progresso della scienza e della tecnica, che ha apportato indubbi miglioramenti alla qualità della vita umana.                                                                                                                                                   In realtà già 26 secoli fa, nella Grecia classica tanto si discusse di tecnè. Allora era apparso chiaramente, come la tecnica, fosse da ritenersi insufficiente a contrastare la natura e la condizione tragica dell’esistenza umana.                                                                                                                                                                                        Le tragedie greche che trattano di Pròmeteo ben colgono la natura doppia della tecnè.                                             Le attribuiscono la proprietà del Pharmacon: da un lato cura medicamentosa in quanto capace di migliorare le condizioni di vita e dall’altro veleno, capace di creare illusioni.                                                                                           La cultura classica greca aveva ben compreso che la natura umana fosse fatta di Speranza. Noi speriamo senza posa, è scritto nel Prometeo in Esiodo. Anche nel versione di Eschilo Prometeo risponde alla domanda del coro su quale rimedio avesse scovato per lenire le sofferenze dell’umanità: ” Ho posto in loro cieche speranze”.

Tornando alla nostra contemporaneità la tecnica sta auto-riducendo la parte “curativa” del pharmacon, paradossalmente proprio in virtù del progresso tecnico.                                                                                                                                            Già nel XIX secolo cominciò questo processo con le teorie evoluzionistiche e la psicologia dell’inconscio, poi con la genetica, l’epigenetica, ed ora le neuroscienze. Queste ultime stanno dimostrando l’inesistenza dell’io con conseguenze importanti per tutto l’impianto costruito attorno ad esso.

Nel 1994 nasce la ASS, ASSOCIAZIONE STUDI SULLA COSCIENZA , per opera di Thomas Metzinger, David Chalmers e tanti altri ricercatori e da allora gli studi si sono decuplicati; dal 70 al 95 1000 lavori, dal 95 al 2005 2.700, oltre trentamila dal 2005 al 2015.

Si è anche reso evidente, come già accadde per secoli per le argomentazioni filosofiche, di quanto sia ostico divulgare questi risultati scientifici. E con quanta diffidenza e paura vengano accolti dalla cultura sociale le evidenze di questi studi.                                                                                                                                   Paradossalmente l’umanità fa di tutto per non intuire delle conoscenze che possano portare a stati di rappresentazione superiore.                                                                                                                                                Eppure Robert Nozick in “Anarchia stato e utopia” dimostrava che le persone non vogliono un mondo illusorio di felicità, alla matrix. Vogliono una felicità concreta basata sulla vera conoscenza e su solidi affetti.                                                                                                                                                                                                          E, per inciso, oggi che vi racconto queste argomentazioni, mi appello a Nozick, proprio per costruirmi un alibi adeguato.                                                                                                                                                                                                     Perchè rifiutare allora queste conoscenze?                                                                                                                 Questo tema fu già affrontato in passato, anche da numerosi autori letterari e filosofi. Tra le tante risposte voglio sottolineare il pensiero di Peter Zappfe, che anticipa i contenuti delle ricerche delle neuroscienze. Per il filosofo norvegese, creatore della biosofia, la nostra coscienza si è spinta troppo oltre al punto di non essere più un attributo conveniente per la nostra specie. Si è creato un surplus di coscienza. Significa che intuire rappresentazioni di ordine superiore, riguardante il nostro significato esistenziale, comporta il rischio della auto-estizione. Per questo si sviluppano, consciamente ed inconsciamente, delle tecniche di zombificazione. Per Zappfe sono : isolamento, distrazione, ancoraggio, sublimazione.                                                                                                                                                                                     La Terror Managment Theory di E. Becke giunge ad analoghe conclusioni.

Vorrei ora porvi 2 esempi concreti, di come i risultati degli esperimenti delle neuroscienze entrino a gamba tesa a smascherare il ruolo dell’io. Il primo riguarda il libero arbitrio

LIBERO ARBITRIOsi no

Studio di Soon e collaboratori del 2008. Riprende il lavoro shoccante di Benjamin Libet del 1982 che dimostro’ con l’uso dell’ EEG di come fosse possibile prevedere con un lieve anticipo ( frazioni di secondo ) le scelte volontarie dei soggetti posti a controllo.   Lo studio di Soon viene invece eseguito con l’utilizzo della Risonanza Magnetica Funzionale, che controlla il consumo di ossigeno conseguente all’attività neuronale.

 

Il soggetto sottoposto alla RMF ha davanti a sé un monitor con delle lettere che si susseguano randomizzate ogni mezzo secondo. Ha poi 2 pulsanti, da azionare 1 con la mano destra e 1 con la mano sinistra. Se 1 dei 2 tasti viene premuto si illumina una luce rossa a ds o a sn. Quando il soggetto decide di premere, a suo giudizio, il tasto ds o sn deve anche riferire quale lettera fosse presente nel momento in cui ha consapevolmente preso la decisione di premere.                                                                                                                     Questo studio ha evidenziato che vi sono 2 regioni cerebrali che permettono di predire prima delle decisioni coscienti se e quale tasto premeranno.                                                                                                                     Una è nella corteccia polare frontale, area BA 10 e l’altra nella corteccia parietale. L’area BA 10, e predice con 7 sec. di anticipo ( fino a 10 sec. ). Predice quando e cosa, quindi se lato ds o sn.                                                          Questo studio ha confermato, insieme ad altre centinaia di pubblicazioni, l’esperimento iniziale di B. Libet, permettendo però di aumentare l’intervallo predittivo aggiungendo al quando la scelta di ds e sn.                                                                                                                                     Questa capacità predittiva, con questo ampio intervallo temporale, ha permesso di valutare ulteriormente dal punto di vista cognitivo i soggetti sottoposti al test.                                                                                                  Per esempio, si è potuto accendere la luce rossa immediatamente prima della decisione consapevole, annullando così ogni decisione, tutta la preparazione alla decisione di premere uno dei due tasti rimane inconsapevole ed il soggetto sosttoposto al test rimane inerte. img_5051                                                                                                                                                                                    Oppure si è potuto testare il comportamento cognitivo del soggetto accendendo la luce immediatamente dopo la sua consapevolezza cosciente della volizione di premere uno dei due tasti.                                                                                                                             Si scoprì che il soggetto viveva la sensazione che la luce si accendesse per un suo comando mentale, per sua volontà. Sentiva lucidamente che dipendesse da lui l’accensione della luce, pur non avendo avuto il tempo di premere il pulsante.   Questo esperimento è paradigmatico in quanto spiega il motivo della naturale tendenza dell’uomo di credere in un sistema teleologico; cioè dotato di scopo.                                                                  E’ il cosiddetto atteggiamento intenzionale.                                                                                                                                                                          Quando compiamo una scelta pensiamo fortissimamente di essere noi a produrla. La mente crea questa illusione.                                                                                                                                                                                             La volontà è esperita come il risultato di una causazione mentale autopercepita. ( Langer1975, Harnad, Damasio ).                                                                                                                                                                                                             Conclusioni già ampiamente descritte da tantissimi Autori, da Spinoza a Voltaire a Huxley; ma ora dimostrato da evidenze sperimentali empiriche riproducibili.

2 esempio EFC ( esperienze fuori dal corpo ) e i SOGNI LUCIDI

Anticipo l’esperimento chiamato dell’illusione della mano di gomma, divenuto un classico. Riproducibile facilmente a casa con un fai da te.                                                                                                                                                                              Lo studio è del 1998 di M. Botvinick e J. Cohen dell’Università di Pittsburgh.img_5050

 

Immagine dal testo di Thomas Metzinger,” Il tunnel dell’io”.                                                                           Un soggetto viene posto seduto, davanti ad un tavolo su cui appoggia un arto superiore, ad esempio la mano sinistra e questa viene nascosta alla vista da uno schermo. Davanti a sé, ben in vista ha un fac-simile di una mano umana, un guanto di gomma è sufficiente. Toccando ripetutamente e simultaneamente la mano nascosta e la mano di gomma, si ottiene una percezione shoccante per il soggetto; cioè il soggetto fa esperienza di un arto artificiale come fosse una parte del suo proprio corpo.                                                                                                     Si attivano contemporaneamente due modelli dell’io. Uno sente di sentire come propria la mano di gomma, l’altro è consapevole che si tratta di una simulazione.                                                                                                   Questo esperimento ci permette di comprendere come possiamo attribuire a noi stessi, la nostra ipseità, semplicemente variando il modello rappresentazionale di noi stessi.

Le EFC ed i sogni lucidi sono un’estensione dell’illusione della mano di gomma.

Dall’esperimento di Olaf Blake del 2002, le EFC sono anche riproducibili sperimentalmente dopo stimolazione del giro angolare destro. In seguito alla stimolazione vi sono fenomeni di autoscopia; esperienza di vedere il proprio corpo dall’esterno: l’allucinazione autoscopica, eautoscopia, l’esperienza extracorporea e la sensazione di presenza. Queste esperienze da un lato inducono ad credere nel dualismo anima – corpo e dall’altro comportano la consapevolezza che il realismo ingenuo sia illusorio.                                                                                                                                                        Il 15 % della popolazione ha avuto esperienze di questo genere naturalmente nella propria vita.

Simili a queste esperienze, sono i sogni lucidi.                                                                                                                              Nei sogni c’è un mondo di coscienza. E’ un io più debole di quello della veglia. Non può operare movimenti per un’inibizione dei motoneuroni spinali. Ha un focus di attenzione molto più scarso ed inoltre un accesso minore alla memoria a breve termine. Aumenta invece la possibilità di accedere alla memoria a a lungo termine. L’io non si avvede che vive un sogno. Ha un deficit cognitivo. Una anosognosia.                                               Nei sogni lucidi l’io acquista una conoscenza addizionale, simile alla illusione della mano di gomma ma più sofisticata e stratificata.                                                                                                                                                         Anche nei sogni lucidi il realismo ingenuo si annulla. Questo è un aspetto molto importante per l’epistemologia filosofica. L’io diventa consapevole di vivere in una simulazione. Il falso risveglio, funge da catalizzatore e permette di comprendere che la distinzione tra apparenza e realtà appartiene solo al mondo dell’apparenza. La coscienza vigile appartiene all’apparenza.                                                                                  Per chi volesse provare o aumentare la frequenza, vi sono esercizi che favoriscono l’induzione di sogni pre lucidi e lucidi.

Ad esempio l’abitudine ad esercitarsi, nel periodo di veglia, ai controlli di realtà. Esiste anche un apparecchio ideato da T. Metzinger, da indossare andando a dormire, il Nova Dreamer.                                                                                                                                                       Il sogno lucido è diventato così un meccanismo iniziatico di accesso a livelli di coscienza superiore ( Già evidente nell’antichità con Ermotimo di Clazomene ).                                                                                                                                                                       Attraverso la analisi di questi studi giungiamo quindi a scoprire che non facciamo fotografie fedeli del mondo esterno. Piuttosto creiamo istantanee dotate di senso perché inserite in un mondo fatto di rappresentazioni.                                                                                                                                                                           La coscienza è quindi un ritratto interno e dinamico della realtà.                                                                                                                                       Il nostro cervello crea una simulazione così perfetta che non ci rendiamo conto di esserci dentro. L’evoluzione ha creato una soggettività conscia che è una simulazione, un tunnel attraverso il quale rappresentiamo una piccolissima parte del mondo. Questo tunnel è l’interfaccia con il mondo. Il mondo con cui siamo soliti interagire è una grande simulazione interna.   Densi strati di simulazione, che servono da profilattico necessario per credere nel realismo ingenuo.                                                                                                                                                                 Difficile che che ne possiamo accorgere con le qualità delle esperienze sensoriali. Questo è un sistema affinato da centinaia di milioni di anni di evoluzione. Più facile per il mondo astratto, perché è il frutto di una forma di pensiero più recente.                                                                                                                                                                                                                                      Approdare a queste intuizioni comporta una sorta di Thauma. La morte dell’io e l’irrealtà della sua visione della vita comporta un vero e proprio lutto psicologico. La non accettazione è la prima elaborazione a cui segue la rabbia. Si può scivolare fino alla schizofrenia, come nella sindrome di Cotard.                                            Vi sono studi scientifici ( Vohs e Scor del 2008 e di Bemister del 2009 ad es. ) che evidenziano come queste consapevolezze comportino atteggiamenti antisociali.                                                                                                                                                                          Possiamo però dedurre i cambiamenti caratteriali dovuti a questa consapevolezza, in intervalli temporali più ampi che permettano l’elaborazione del lutto. Possiamo prendere infatti in considerazione le numerosissime opere letterarie e filosofiche della nostra cultura che trattano di questo aspetto. Da queste possiamo dedurre che le intuizioni di secondo ordine siano motivo di crescita personale, di gnothi seaton. Cambia anche l’etica conseguente. Se per chi vive nel realismo ingenuo vige la cosiddetta routine edonistica. (“ Una vogliuzza per il giorno e una vogliuzza per la sera, fermo restando la salute” F. Nietzsche ) Per il pessimista eroico, la ricerca attraverso la conoscenza, rappresenta frequentemente il momento estatico per eccellenza.                                                                                                                                                                                      Tolstoj scrisse nella “Confessione” che ci sono 4 vie di uscita per la terribile situazione in cui viviamo:

1) la via dell’ignoranza, non comprendere l’illusorietà della visione ingenua. Chi ha però appreso questa consapevolezza non può perpetuare questo percorso; non si puo’ cessare di sapere quel si è saputo.

2) la via dell’epicureismo, edonismo distrattivo

3) la via della forza, il suicidio

4) la via della debolezza, pur sapendo del non senso, cercare di vivere, vivere tragicamente.

La via eroica è la via più comunemente intrapresa da chi ha consapevolizzato l’irrealtà dell’io.                                                                                                                                                                                      Ed effettivamente pressoché tutti i miti ed i riti delle civiltà hanno sviluppato il mito dell’eroe che deve affrontare titanicamente la morte. Anche gli eroi letterari manifestano come ogni uomo abbia in sé qualcosa di irreale e farsesco. Chi scrive dell’archetipo dell’eroe, vive sulla sua pelle, lo stesso progetto esistenziale del personaggio, condividendone la natura eroica.                                                                         Percorso condiviso anche dal pensiero massonico, che indica l’iniziazione come elemento chiave per colorarsi di una più profonda consapevolezza. Per poter essere iniziati bisogna far morire l’io e il suo mondo profano e cominciare una ricerca attraverso il pensiero astratto dei simboli del tempio. Il tema della morte sarà poi riaffrontato ancora più in profondità nel passaggio al III grado, il grado di maestro.

In conclusione il risultato delle migliaia di pubblicazioni delle neuroscienze e le teorie della mente conseguenti ci descrivono come congegni che copiano geni, capaci di far evolvere modelli coscienti. Non trova più posto la distinzione duale tra mente e corpo. E’ punto di vista inquietante perché è in aperto conflitto con il modo in cui abbiamo sempre avuto esperienza di noi stessi. Psiconauti, nuotatori psichici in un mare di inconscio, in mezzo ad altri corpi, rispecchiandoci l’uno nell’altro in virtù dell’attivazione dei neuroni a specchio, veri e propri motori di conoscenza. E una nuova immagine dell’umanità; dove siamo tutti connessi in uno spazio intersoggettivo di significato, la cosiddetta molteplicità condivisa di Gallese.                                                                                                                                                                                        (Poe “tutto quello che vediamo o sembriamo, non è che un sogno dentro ad un sogno”.)

L’approdo finale è essere uomini del dubbio. Approdare alla compassione Leopardiana o alla tolleranza iniziatica. Essere apolidi viandanti, che accettano la sfida di vivere sempre in modo autentico; lirici perché consapevoli dell’abisso cognitivo che abita in noi e nel contempo laici pragmatici, senza ancoraggi ai costrutti ideologici dell’io e dei ruoli del suo realismo ingenuo.

 

 

 

 

Commenti Facebook

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ti potrebbe piacere anche

La casa di Psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica. Umberto Galimberti.

[/ La casa di Psiche. Dalla psicoanalisi alla