Il portale

Al timore che non ci sia niente succede quello che ci sia qualcosa. Non che questo mondo non esista, ma la sua realtà non è una realtà. Tutto ha l’aria di esistere, e non c’è niente che esista.

Conosci te stesso.

Rappresenta l’invito ad abbandonare la viltà e la pigrizia, per intraprendere un cammino di sofferenza inesauribile, una passione interminabile. Questo tragico cimento nasce dal cambiamento di stato che si subisce quando si intuisce il rischiaramento.

Sentire di essere eventi psichici appesi al nulla. E’ necessario un coraggio estremo per dare avvio a questa trasmutazione, perché bisogna mettere in discussione il proprio io ed il tessuto della razionalità e della causalità. Bisogna rivivere personalmente il mito Edipo e muoversi contro natura, compiere il parricidio e uccidere metaforicamente il logos del padre. Viviamo in società psicologicamente aderenti alla causalità e la tecnica ha ulteriormente distanziato l’io dal suo sé. Siamo macchine utili agli ingranaggi di un sistema, e viviamo con evidente partecipazione questa condizione, al punto di valutare noi stessi in base alla funzionalità con cui operiamo nel sistema; l’io viene sempre più colonizzato dal sé tecnologico, come ricorda Galimberti.

Gnothi Sauton è il simbolo, ” la cifra” Jasperiana, che mette insieme la razionalità dell’io e la follia dell’es. Ha un altissimo potere desituante. Mantiene infatti in tensione 2 tempi diversi: quello di Kronos e quello di Kairos. Il primo è il tempo della quotidianità a cui siamo abituati dalla razionalità, fatto di spazio-tempo, di passato, presente e futuro. Il secondo è quello dell’attimo eternizzato, un tempo trascendente e non individualizzato. E’ il tempo del Dioniso di Nietzsche o della Natura di Goehte. Un tempo fatto di crudeltà ed innocenza, ingenuo, amorale. Il percorso del conosci te stesso si muove proprio nella consapevolezza dei due stati temporali. E’ un percorso eroico. Lo sforzo è inesauribile.
Il premio?
Uno spettro di libertà. Non desiderare più le stesse cose per tutti. Passare dalla cultura dell’avere a quella dell’essere. Infatti quel che rimane quando si scopre l’illusorietà dei costrutti dell’io, è da un lato il lirismo, il tragico sentire dentro di noi il vertiginoso abisso, dall’altro la possibilità di pensare al di fuori dell’ananke, del determinismo fenomenico, e qui si può godere di un libero pensiero.
Ma come tristemente racconta Dostoevskij nel suo ultimo romanzo, I fratelli Karamazov, felicità e libertà godono di una mutua incompatibilità.
Questo sito è un invito a partecipare a questo percorso e a scrivere e a condividere questa condizione di “viandanti”. Condivisione che ha lo scopo di migliorarci e di lenire la sofferenza.
I contributi possono dipanarsi nei modi più diversi.
Si desiderebbe fossero autentici atti creativi, figli della conoscenza del sè.