Conosci te stesso.

Conosci te stesso.

Conosci te stesso. E’ un’esortazione che coglie l’antinomia dualistica della natura umana.

Evoca quanto ci sia di più ampio rispetto al nostro io ed al suo contenuto razionale.

E’ una concettualità simbolo, capace di richiamare, in alcuni, sentimenti di inaudita profondità che si riallacciano direttamente alla natura divina, “all’anima dei anima mundi”.  Fatalmente solo una piccola parte degli uomini sembrano attratti dal mondo dell’inconscio.                       Questo tipo di conoscenza non è per tutti perché sottointende l’esistenza di una verità non comunicabile attraverso l’uso delle metafore del linguaggio, nell’ambito della conseguenzialità logica della razionalità.    E’ indispensabile invece un’iniziazione esoterica. E’ necessario sconvolgere l’equilibrio dell’io, sintonizzato alle leggi dello spazio-tempo. E’ necessario ammalarsi di temet nosce.

Dal punto di vista filosofico, cos’è la coscienza rispetto alla natura della psiche?                  

Da sempre si sono si sono fronteggiate due tipi di teorie.

La teoria duale che presuppone un’anima o un tessuto di coscienza che sia separato dal corpo.

Ridimensiona il ruolo dell’io, ma gli riconosce autonomia ed indipendenza.

La teoria monista ritiene invece inesistente l’anima. La coscienza quindi o non esiste o è un epifenomeno

( cioè non è in grado di interagire con la natura ) o è illusiva.

L’esortazione conosci te stesso è formulata in senso duale ma si colora di paradosso perché induce proprio a queste riflessioni.

Le riflessioni che conseguono all’adesione del conosci te stesso, da un punto di vista filosofico e gnosico sono attribuibili, a mio avviso, a 2 tipi di nuova diversa consapevolezza, con carattere di indicibilità.

  • La prima valenza consapevolizzata è costituita dalla rappresentazione esplicita dell’io. E’ la scoperta di un sé soggetto ( il mondo dell’essere ) che si pensa mentre attua la conoscenza dell’oggetto ( il mondo della materia fenomenica ). Questa evidenza rende chiaro che qualsiasi forma di conoscenza non possa essere assoluta: in quanto ponte di unione tra due mondi assolutamente distinti.                                                                                                       E’ quindi il fondamento dello scetticismo metodologico e della sospensione del giudizio. Corrisponde al Thauma, il senso di angosciante meraviglia, alla base della nascita della filosofia, secondo il pensiero Platonico ed Aristotelico.                                                                                                                                       La scoperta inquietante e scioccante di come il mondo fenomenico e l’idea dell’io, tanto ben apparecchiati nel tessuto del cosciente, siano invece ad un più intenso livello di consapevolizzazione, dei costrutti illusori.

E’ un’intuizione che va a supportare la teoria monista.

  • La seconda consapevolezza è che la coscienza stessa non rappresenti la totalità dell’essere pensante della mente; e che anzi ne rappresenti una minima parte. L’inconscio diventa ipotesi sentita con carattere di numinosità, di magica attrazione.

Questa intuizione consente l’accesso alla conoscenza dell’anima, che diventa l’arbitro del destino ultimo dell’uomo.    E’ quindi motivo di adesione alla concezione duale.

Queste brevi descrizioni tentano di cogliere gli stati d’animo che sottostanno alla ricerca del sé; consapevolezze poste al di fuori dell’io e dei suoi contenuti; proprio per loro natura sono incomunicabili e così al fine di trasmetterli e permetterne l’accesso personale diretto sono stati concepiti dei meccanismi di iniziazione. Questi sono volti ad indebolire le strutture dell’io e del pensiero razionale. Grimaldelli psichici creati con lo scopo “ svegliarsi dallo stare svegli “ , citando Pessoa.

Conosci te stesso è proprio un meccanismo iniziatico primogenio.

La civiltà classica greca ha per prima affermato quale grave peccato fosse eleggere l’io, nella sua ridicola meschinità, signore dell’universo. Al punto da indicarlo come l’unico vero peccato, in grado di rovinare l’esistenza, il cosiddetto hybris.

Per scongiurarlo aveva sviluppato due tipi di percorso: una via mistica estatica ed una intellettuale. Nella prima, veniva ricercata l’estasi, uno stato di coscienza alterato che permettesse di accedere a forme di pensiero che eludessero la trama razionale.

Esempi di questi percorsi sono i riti dionisiaci, ed anche, per alcuni filologi, iriti eleusini. Simili ai riti , anche più antichi, dei Cabiri di Samotracia, dei Dioscuri di Creta, del culto egizio di Osiride, di Atum a Eliopoli, di Phtah a Menfi , di Ahvramazda a Babilonia; tutte vie di iniziazione per l’anima.

Nella via iniziatica intellettuale invece, al fine di comunicare l’indicibile, il logos, si ricercava una concettualità , che non fosse il frutto di una metafora linguistica. Una concettualità evocatrice di simboli, di struture archetipe; strutture mentali legate a forme di pensiero pregresse e non consce.      Simboli di pensiero e di ideazione che sono presenti nel nostro sé per l’origine filogenetica ( le milioni di menti riprodottesi dei nostri antenati ) e che sono nella nostra memoria implicita non conscia.

Storicamente per oltre 2 millenni le riflessioni scaturite da queste consapevolezze, sono state di appartenenza, per la grande maggioranza, alla teoria duale. E’ stata infatti individuata un’anima separata dal divenire fenomenico. Anche la molteplicità delle religioni ha aderito alla tesi duale; dal cristianesimo all’induismo, solo il buddismo e l’induismo hanno anche indicato una via monista.

Le attuali nostre società hanno tuttora delle vie di iniziazione.

Si possono seguire infatti percorsi di intellettualizzazione, mirati a  far intravedere quanto l’io, non sia il padrone di casa, e invece sia circondato, da ogni parte, da quel fattore che noi chiamiamo inconscio.                                                                                                                                                             Da un lato la filosofia in genere, ha perpetuato questo percorso di attivazione, infatti la filosofia non è una forma di sapienza, è anzi la problematizzazione dell’ovvio, e quindi mette anche in dubbio il mondo della razionalità e dell’io cosciente. Pensiamo a quanto hanno influito, sulla nascita della psicoanalisi, le opere di filosofi come Emerson Waldo o Friedrich Nietzsche.

Dall’altro la narrativa, che ci ha apportato la testimonianza di raffinati indagatori dell’inconscio; da Dostojeski in “ le memorie del sottosuolo” a Kafka, Joyce a Bousquet.

La scienza poi, pur perseguendo un’epistemologia di natura estroversa, ha comunque grandemente contribuito con lo sviluppo di discipline che sono entrate nel cuore del problema: dalla psicoanalisi allo studio delle intelligenze artificiali, dall’epigenetica alla fisica quantistica, alle evidenze delle neuro-fisiologia.

Tutte forme di aderenza al gnothi seauton, dove l’epistemologia si trasforma in ontologia.

Intellettualizzarsi, nell’ambito di queste discipline, comporta molto spesso, l’adesione al motto conosci te stesso. Non si tratta di aderire alla tesi duale o alla monista; piuttosto di accedere al cammino di consapevolezza che sta alle basi di queste tesi. Comprendere appieno il significato dell’astensione del giudizio, l’epoché.

In questo senso, le evidenze della neuropsicologia e delle scienze cognitiviste, sono a mio avviso le vie iniziatiche più aggredibili. Studi che appoggiano la teoria monista.

La coscienza infatti subisce , alla luce di queste scoperte scientifiche, un grandissimo ridimensionamento, fino alla sua completa sparizione.

Come è possibile che la macchina si muova intelligentemente senza conducente?

Queste considerazioni, ora evidenziate in campo fisiologico, erano già state intuite da 5-6 decenni, in campo neuro-patologico. Numerosissimi i casi.

Tra questi possiamo ricordare la “visione cieca” che , come al solito per questo tema, è già formulata come un paradosso. Nei casi di una lesione cerebrale della corteccia visiva primaria, i soggetti colpiti non vedono più la realtà circostante e non ne hanno più la consapevolezza cosciente. Ma sono ugualmente in grado di muoversi evitando gli ostacoli e di riconoscere oggetti o i volti pur stupendosene loro per primi; non vedono gli stimoli ma li sanno distinguere. Questo perché le vie che portano le informazioni della vista sono numerose e poste in parallelo, ma le vie minori non sono integrate dalla coscienza. Ci permettono però di vedere senza vedere e svolgere azioni che vengono solo successivamente sottoposte a narrazione dalla coscienza.

Un altro esempio è stato fornito dallo studio dei cervelli divisi, negli anni sessanta. In quell’epoca i pazienti con gravissime crisi epilettiche, non controllabili da psicofarmaci, venivano curati recidendo il corpo calloso, ossia il tessuto neuronale che costituisce il ponte principale di comunicazione tra i due emisferi. I pazienti, stranamente, rispondevano bene a quest’intervento e riprendevano una vita apparentemente normale.

Ci si aspettava che l’emisfero sinistro fosse l’unica parte cosciente, infatti è il solo in grado di parlare.               Gli studi di Gazzaniga e Sperry del 1969 hanno indagato proprio le capacità degli emisferi di produrre coscienza e hanno trovato risultati sorprendenti.

Il cervello destro partecipa intelligentemente ai test.

Ad esempio, facendo pervenire l’immagine di una parola riferibile ad un oggetto, al solo cervello destro, il paziente ovviamente non era in grado di “vederlo” e di riconoscerlo, ed in effetti si associava la persona ed il suo relazionarsi solo ed unicamente all’emisfero sinistro. L’emisfero destro è in grado di leggere ma non parlare e di scrivere. Ma invitato il Paziente a cercare questo presunto oggetto misterioso in un sacco, con la mano sotto il controllo dell’emisfero destro, lo riconosceva.

Le due metà agivano in modo autonomo, entrambe coscienti, e senza potersi passare le informazioni tra di loro.

E’ plausibile pensare che nella testa di questi soggetti, vi fossero 2 menti coscienti?

Certo esiste un mondo coscienza al di là della coscienza consapevole.

Gli stessi Autori degli esperimenti, dedussero conclusioni diverse. Per Sperry i pazienti con cervello diviso, contenevano due entità coscienti, ognuna con le sue percezioni ed il suo libero arbitrio.

Per Gazzaniga invece, solo il sinistro, capace di usare il linguaggio, era dotato di coscienza.

La neurofisiologia ha confermato, negli anni successivi, come la macchina possa effettivamente guidarsi da sola e non avere bisogno del conducente.

Dagli studi di B. Libet , già negli anni sessanta, era emerso che la coscienza vive di un mondo che ha una latenza, un ritardo rispetto a quello del corpo e del mondo fenomenico, rispetto alle percezioni. Un ritardo di circa 0.5 secondo.

Non ce ne accorgiamo perché la coscienza opera, secondo lo stesso Libet, una retrodatazione soggettiva.

La coscienza inoltre non è l’ente che opera le scelte. Infatti un operatore può, monitorando l’attivazione delle aree cerebrali con la risonanza, conoscere in anticipo le scelte che il soggetto sotto controllo verrà a conoscere coscientemente solo dopo una certa quantità di tempo. Negli ultimi 30 anni si è evidenziato un aumento temporale di questo intervallo; da 0.2 secondi degli esperimenti degli anni ’60 a oltre 15 secondi ( C.S.Soon, J.D.Haynes et coll. 2008, “Unconscious determinants of free decisions in the human brain”, Nature Neuroscience).

Questo indica che la decisione viene preparata a un livello inconscio da 5 a 15 secondi prima della sua attuazione.

Questo accade in ogni ambito decisionale; anche nei giudizi strettamente connessi alla morale; ad esempio negli studi di brain imaging, si evidenzia che l’interruzione dell’attività neuronale della zona ventromediale della corteccia prefrontale, comporta scelte di natura utilitaristica.

La coscienza poi non detiene il controllo della memoria. Alla memoria esplicita, linguistica ed usata dalla razionalità cosciente, infatti se ne affianca un’altra, implicita, non cosciente,non verbalizzabile, e tra l’altro rappresenta l’unica memoria di cui disponiamo fino all’età di due anni.

Dall’analisi di queste prove scientifiche si può dedurre che gli esseri umani, tendono abitualmente ad attribuire gli eventi di cui sono osservatori, a piani intenzionali altrui. Adottiamo un “atteggiamento intenzionale”, così denominato dal filosofo Daniel Dennet, spesso, ad attori inesistenti. Così interpretiamo anche il nostro pensiero come causa dell’azione.

Le evidenze scientifiche neurocognitive lo dimostrano in modo sempre più evidente; al punto da aver spostato il dibattito dalla neurofisiologia alla filosofia.

Infatti proprio sulla base di queste considerazioni, David Chalmers, filosofo australiano, nel tentativo di dimostrare la tesi dell’irriducibilità della coscienza, ha concepito negli anni ottanta, il concetto di zombies; individui che vivono in modo identico al nostro ma nel contempo, non possiedono il mondo interiore, sono quindi privi di coscienza.

In quest’ottica il conosci te stesso rappresenta il concetto simbolo di questa consapevolezza; al punto di poter essere paragonato ad una sorta di prova d’esame attitudinale psichico.                                                                                                                  Similmente al test di Turing che è un criterio per determinare se una macchina sia in grado di pensare. Tecnica concepita da Alan Turing e descritta nel 1950 sulla rivista Mind, ma era già stata delineata concettualmente da Cartesio nel “Discorso sul metodo” del 1637.

Il test si basa sulle comunicazioni scritte, domande e risposte, tra due interlocutori, uno umano ed un’ eventuale macchina; un terzo, giudice, ha il compito di individuare le risposte della macchina, riconoscendole soppesando proprio la possibile mancanza sottostante, del mondo della coscienza.

Così il gnothi seaton, potrebbe essere considerato come un test capace di accendere solo le menti capaci di autopensarsi.

Sicuramente, intellettualizzarsi in queste discipline, comporta una ridiscussione del proprio io e del significato della vita stessa.

Infatti negli ultimi anni la maggioranza delle opere filosofiche, che indagano sulla natura della vita, sono scritte non da filosofi ma da evoluzionisti ( Richard Dawkins o Susan Blakmore ) , neurofisiologi ( A.Damasco , B.Libet ) e da fisici quantistici ( Pauli, Schrodinger, ed altri )

, che spesso abbandonano i loro interessi specialistici, per dedicarsi appieno al “ conosci te stesso”.

Per chi ama occuparsi di questi studi, lo stupore ormai, non è più solo per i risultati, quanto per l’esile impatto che queste evidenze hanno nella cultura delle nostre società.                                                                        Questo accade per un’inveterata sopravvalutazione del nostro ruolo di esseri sociali.

L’io e la sua forma mentis non si accorgono che oltre il 99 per cento dell’attività neuronale non gli appartengono e anzi, citando Jung, “l’io considera addirittura pericoloso che la sua monarchia venga posto in dubbio”. Le società poi sono fondate sui ruoli del contenuto razionale, ed utilizzano proprio l’io e la sua illusione di controllo.

 

Essere iniziati, significa quindi colorarsi della liricità di una più profonda consapevolezza.                     Vivere il dubbio, inteso come l’incessante tensione verso la conoscenza.                                                L’iniziazione comporta attivare la cosiddetta funzione trascendente di Jung. La funzione che permette di far accedere alla coscienza contenuti dell’inconscio.                                                                                                        La ricerca di conoscenza diventa così la protagonista della propria vita; il tesoro sacro, con caratteristiche di unicità per ogni essere umano; ciascuno nel suo cammino di costruzi

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